Con tanta tristezza ho appreso della morte di Salvatore Pagliuca, amico e poeta. Ho avuto modo di apprezzare la generosità sorridente e pensosa della sua persona e della sua scrittura in ogni occasione di incontro, a Roma per la sua poesia nel dialetto del suo paese, Muro Lucano, a Muro, dove con ospitalità impareggiabile accoglieva poeti e musicisti in occasione di eventi da lui organizzati, che comprendevano, come è avvenuto qualche anno fa, itinerari storico-paesaggistici nel paese e la visita del suo ‘gioiello’, il Museo Archeologico Nazionale, del quale fu per anni direttore. Molte scoperte, alcune sensazionali, sono legate alla sua attività di archeologo.

Vorrei ricordare Salvatore Pagliuca poeta, del quale invito a leggere l’intera opera, con alcune mie brevi riflessioni. Sonora, vibrante di toni in una scala che percorre tutte le gradazioni tra l’acuto e il profondo, la lingua poetica di Salvatore Pagliuca nel dialetto di Muro Lucano si fa terra, si fa pianta, si fa gola e grotta, germoglio sulla pietra, interno dall’arredo essenziale, sommesso nei contorni e nei volumi, e spianata schiaffeggiata dal vento, sabbia smossa e scuotimento, frana e scompiglio, inondazione e svuotamento. La ripetizione, sia nell’elencare, sia nel modificare misure, così come la precisazione per coppie – lu stomach’ e li suonn’, “lo stomaco e la tempia” – e per gruppi di sostantivi – A giarl’, a sicchi, varlìl, “A giarle, a secchi, barili” – e sapienti allitterazioni – e sfrahanesci sott’ p’ sciglià, “e frana sotto per scompigliare” – contribuiscono ad amplificare gli effetti espressivi sia di singoli passaggi sia dei componimenti nella loro interezza.
Alla famiglia, e con particolare affetto alla moglie, Franca Crocetto, vanno le mie sentite condoglianze e un abbraccio forte.
Una poesia di Salvatore Pagliuca:
A giarl’, a sicchj, varlìl’
ruvàch’ ogn’ mument’ lu mar’
p’ nummaffucà ra intr’.
E nu luuàt’ r’ acqu’ e sal’
rifonn’ l’onn’, assàl’ a mont’
tra lu stomach’ e li suonn’,
e sfrahanescj sott’ p’ sciglià
e summòv’ la ren’ r’ stu cor’.
A giarle, a secchi, barili/svuoto ogni momento il mare/per non affogarmi di dentro./ E un lievito di acqua e sale/riversa l’onda, sale sopra/tra lo stomaco e le tempia,/e frana sotto per scompigliare/e smuovere la sabbia di questo cuore.
(da Cor’ šcantàt/Stupido cuore spaventato)