Na giungla de cartó (Una giungla di cartone) di Anna Elisa De Gregorio

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Ho appreso in queste ore, con tristezza, della scomparsa dell’Autrice, che conoscevo attraverso le sue opere, in particolare “L’ombra e il davanzale” e questa che sto leggendo. Spero che la mia lettura possa essere una piccola testimonianza ed un ricordo della Sua persona.

 

Nell’era digitale, del sistema binario, dell’on – off, modalità utile senz’altro in molti ambiti, ma anche e spesso condizionante le discussioni quotidiane, persino “ad alti livelli” – si, no, pro o contro – questa silloge ha il merito di “rimettere le cose al loro posto”: prima di schierarsi secondo le proprie convinzioni, occorre confrontare, analizzare, cioè cogliere la verità che contiene entrambe le posizioni. Tutt’altro che poesia filosofica, è esistenziale: tant’è che la prima sezione Dó (Due) inizia con la “dualità” che si ricompone, e con l’immergersi nella propria realtà, umile, essenziale (non inutile!) come tanti “due di picche”legati insieme da cento mani” che raccolgono tutti i rami in una sola radice insieme; la sintesi d’ogni dialogo è dunque nell’esistenza che ci lega. Alla prima sezione segue “Na giungla de cartó” – che è anche il titolo della silloge – espressione di “nostalgia” cioè di ritorno a tempi e luoghi del passato, la cui riproposizione ci dice ciò che oggi siamo realmente; e conclude “Drent’a n oblò” – percorso mirabile da una nostalgia vestita di leggera ironia de “La storia vera del Polesine”, al “quel che mi compete” de “La poesia onesta”.

Un percorso visto dal tempo presente, dalla consapevolezza che “Nun è de vechiaia che se more/ ma de noia, de le gricce del core/ che fa la pèle inèrta,/…” quando mancano “i penziéri chiari…de la gioventù” il “trasporto sincero” e “Metemo la paura/ sot’a l tapetì de le parole” (un verso bellissimo!); ma è anche percorso che nasce dal silenzio, ascoltando “in ubedienza” e senza fretta “le parole che riva”, volgendo lo sguardo fuori da sé, all’albero che fiorisce, e imparando da lui l’onestà, lo stare nel proprio destino, senza subirlo, ma scegliendolo.

Così nasce e cresce la “poesia onesta” nella e per la quale la bellezza non è semplicemente una categoria estetica, che risponde a canoni di perfezione – metrica, di accenti e di suono – bensì la fedeltà al tempo e al luogo e soprattutto alla dignità dell’esistenza, dare “un giardino, una storia, a chi non li ha”  ancora oggi, come non li aveva al tempo del Boccaccio.

Poesia onesta è la poesia di Anna Elisa che continuerà a porsi domande, in una ricerca che non finisce, con il desiderio di essere concime per la pianta, acqua per la nuvola che la disseta, ape che ci si posa, realizzando il ciclo della vita oltre-umana, del pensiero e dei Versi che resistono a gusti e mode; il ciclo delle stagioni, che per l’Autrice sono altrettante prospettive da cui osservare il mondo, secondo i tempi e la luce della propria sensibilità, proprio come fa una brava fotografa.

Infine è proprio la “Giungla de cartó” il luogo dove sonno e veglia s’incontrano, e il desiderio della mela non è peccato, perché non è frutto proibito, ma semplicemente gustoso; dove il gioco è costruire un mondo solo immaginandolo o accennandolo: è forse questa la “finzione” di cui parlava Pessoa? Occorre tornare a “quel gioco” a tale capacità immaginativa e creativa che, insieme all’ascolto di sé, qui ed ora, rende possibile almeno sognare, se non progettare il domani.

Il dialetto delle poesie non è di difficile comprensione, e a piè di pagina, la “traduzione” spesso è una “versione” e versificazione diversa, secondo la raffinata sensibilità dell’Autrice: sarà il lettore a preferire l’una o l’altra; ma è indubbia la freschezza e la piacevolezza di questo dialetto singolare e “urbano”, contenente segni ed echi dialettali di altre Regioni, per effetto degli scambi merceologici e culturali, durante i secoli di vita del porto anconetano.

 

 

L dó de picche

 

Sot’a la luna bassa de stasera

me resta facile penzà che semo,

nialtri cristiani, polvere de stele

bandunata su la tera,

cumpagni de sorte d’ogni bèstia,

de l’albero intimi parenti.

Legati a cento mani,

ntun girutondo de ricunuscenza:

 

ncora le rame che striscia

più luntano, tute le rcojemo su

da na radica sola.

Cuntamo meno del dó de picche,

ntuna filusufia più grande,

e pogo avemo capito del mondo:

sapemo fa puesie,

ma nun sapemo vive.

 

Il due di picche.

Sotto la luna bassa di stasera,/ mi resta facile pensare/ che siamo fatti di polvere di stelle noi/ umani, abbandonati alla terra,/ compagni di sorte di ogni animale,/ intimi parenti degli alberi./ Tutti legati con cento mani,/ in un girotondo di riconoscenza:// strappiamo tralci d’erba dalla terra/ e anche i più lontani/ nascono da un’unica radice./ Contiamo meno del due di picche,/ in una filosofia più grande,/ e abbiamo capito ben poco del mondo:/ scriviamo poesie,/ ma non sappiamo vivere.

 

 

Dó punti de vista

 

I (j ochi di vechi)

 

È na gran verità

che da vechi s’artorna picénini.

Cu la schina ngubita e j ochi bassi

vedemo l mondo da sót’in su,

a l’alteza di fiòli.

Ncora nialtri nciampamo sui lacci,

damo da dì a gati e picioni,

rcojémo n guanto spaiato da per tera.

J ochi ce frega: n’è pe gnente uguali:

da fioli ardènti, adè tanto sbiagiti.

 

Due punti di vista

I (Gli occhi dei vecchi)

È una gran verità/ che da vecchi si ritorna piccini./ Con la schiena curva e gli occhi bassi/ vediamo il mondo da sotto in su,/ a misura di bambino./ Anche noi inciampiamo sulle stringhe,/ parliamo con i gatti  e i piccioni,/ raccogliamo un guanto spaiato da terra./ Ma gli occhi fanno la differenza: non sono affatto uguali:/ da bambini ardenti, adesso sono spenti.

 

 

 

Estate

 

Al cuncerto a l’aperto

cu l fiato corto riva

ritardataria e azura la farfala:

 

cu na mossa de tango

se ccosta al rifletore

e ntun sbrufo d’azuro se svapora.

 

 

Estate

Al concerto all’aperto/ ecco all’ultimo istante /ritardataria e azzurra una farfalla:// con lieve sprezzatura/ si accosta al riflettore/ e in un amen d’azzurro si svapora.

 

 

 

Deposito

 

De note pò sucède

de fa sosta a la stazió di fantasmi,

ndó mboscati ce speta,

de fianco a n’edicula chiusa.

 

Nun zà manco loro

che facia ha da scéje, che panni méte.

Se ntravede ntel zogno na siépe,

dó vagoni vòti, n cà che baia.

 

Ncumincia a stremulì a la prima mossa

de l’alba e nun ce lascia sti gran pesi:

già se disfa sleniti,

pogo più che figuranti.

 

 

Deposito

Solo di notte/ esiste una stazione delle ombre/ dove è loro consentito aspettarci/ accanto a un’edicola sedute.// Faticano a scegliersi una faccia/ o un vestito, mentre sullo sfondo/ sfilano siepi di bosso, vagoni/ disarmati, un cane vero che abbaia.// Già tremanti all’intenzione dell’alba,/ non ci lasciano gran pesi,/ sono così consunte,/ poco più che figuranti.

 

 

 

La poesia onesta

 

…cum’ ai tempi de Buccacio,

quando c’era la pèste, e pi ricchi

l’estate durava tuto l’anno:

serviti e riveriti ntun giardì

faceva a turno a dì le bèle storie,

mentre pi puréti storie nun ce n’era,

loro muriva e senza gran beleze.

Cure l tempo de na muderna pèste:

per chi è senza giardì

la facia sua n’è gambiata tanto.

 

Tappata drent’a casa, fo esercizio

de silenzio: cu l’àpise principio

a scrive n verzo e, senza fréta, scólto

le parole che riva, in ubedienza.

Giro n ochio al curtile verzo n melo:

senza tanto fiotà,

lu fiurisce, ancora si c’è la neve.

Pure io rcòjo beléza,

cumpagn’a l’albero, e cerco d’èsse

unesta per quel che me cumpète.

 

 

La poesia onesta

…come ai tempi antichi di Boccaccio,/ quando c’era la peste e per i ricchi/ l’estate durava tutto l’anno:/ serviti di tutto punto nel giardino/ si raccontavano belle storie a turno,/ mentre i poveri non avevano storie,/ per loro, senza bellezza, c’era la morte./ Corrono i tempi della peste moderna:/ per chi non ha giardini,/ la sua faccia non è cambiata troppo.// In quarantena a casa, faccio esercizio / di silenzio: con la matita comincio/ a scrivere un verso e, senza fretta, ascolto/ le parole che si formano, in obbedienza./ Giro l’occhio al cortile verso un melo:/ senza lamentarsi/ lui continua a fiorire anche con la neve./ Così trovo la bellezza,/ facendo con cura, come l’albero,/ quello che mi compete.

 

 

 

Anna Elisa De Gregorio, Na giungla de cartó (Una giungla di cartone), Ed. Cofine, Roma, 2020

 

 

 

Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena da genitori campani. Abitava in Ancona dal 1959 dove ha lavorato presso una agenzia di marketing. Ha pubblicato nel 2010 il suo primo libro di poesie “Le Rondini di Manet”, pluripremiato; nel 2012, “Dopo tanto esilio” anch’esso premiato; nel 2013, “Corde de tempo” in dialetto anconetano; nel 2016 “Un punto di Biacca”; tutte raccolte che hanno avuto riconoscimenti. È presente in numerose antologie, pubblicando articoli su riviste letterarie e blog (Poesia, Caffè Michelangiolo, Le Voci della Luna, clanDestino, Atelier, L’Immaginazione, Periferie, Nostro Lunedì, Poesia 2.0, Versante Ripido, Fili di Aquilone). Ha organizzato stage presso scuole e circoli culturali sulla poesia haiku. Nel 2008 ha vinto il Premio Nazionale Haiku organizzato dall’Associazione Italiana Amici del haiku, patrocinato dall’Ambasciata giapponese e dall’Istituto giapponese della Cultura. Con la silloge Na giungla de cartò (Una giungla di cartone) ha vinto l’edizione 2020 del premio “Ischitella-Pietro Giannone”.