“Chissà che tutta la poesia, tutta l’arte, non sia che la traccia lasciata dal mondo originario… E anche noi vivi, non siamo assenti, se abbiamo fatto luce e ce ne siamo andati, proprio come Emily Dickinson consiglia di fare ai poeti: «Accendere una lampada e sparire». Ma per illuminare il domani, per lasciare qualcosa, parole, destinate al futuro.” (Dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone). Mi sembra una buona disposizione d’animo alla lettura della silloge, il ritrovare non solo nell’arte, ma nell’umanità tutta, ciò che c’era, la lampada accesa, segno di una “assenza presente”. Il titolo è suggestivo, accostando le due realtà dell’ombra e del davanzale; e se l’ombra racchiude significati, molti dei quali noti, metafora nuova e complessa è il davanzale, che esce dall’ombra della casa, ed è proiettato sul mondo, per fare esso stesso ombra; come a dire “Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, noi stessi siamo e non siamo.” (Eraclito)
Ombra e luce, presenza e assenza, come “ Prima del buio/ prima di scomparire/ cerchiamo tutti di arrivare a casa. //” Cos’è la casa se non un’impronta della nostra presenza, qualcosa che ci rivela anche quando non ci siamo? Prima del buio le cose sembrano divenire più dense, sfumano i contorni, ma resta lo spessore; in questo orizzonte denso si forma “quasi” il calco di noi stessi, e questo resta. Ecco il “peso del quasi”, diverso peso se accanto ad un verbo o un nome, o un aggettivo; oppure, parola che non ha senso per la morte ”che per sé pretende nessun “quasi”/ per poterla raccontare”.
Ecco, l’attenzione alle parole, smontandole, schiudendole con eleganza e con apparente distacco, è una caratteristica di questa raccolta, “ le nostre vite piccole/ di condominio globale/ dove ciascuno porta come unica dote/ il desiderio di spartirsi parole/ di scambiarsi qualche tenerezza/…(Come qualcosa che dura)” E poi, in “L’ombra dell’avverbio”“Forse, appena, adesso, a presto, mai” la prospettiva del tempo: il presente – “adesso” – è apparentemente al centro, eppure, reiterando Eraclito, nulla lo ferma – quindi sembra non essere “mai” – come singolo fotogramma di una ripresa cinematografica, e acquista senso nello scorrere, pur essendo istante di senso anche nell’immobilità.
Così ne“i momenti del forse e del vorrei” il tempo si compone di frammenti, che pur finendo nello scarico della doccia, quindi tras-correndo, passando veloci attraverso esso, contengono i dubbi-le domande, che lo “dis-traggono” più che farci apparire noi, dis-tratti.
Le stagioni? Vanno, e se l’estate è una sola in cui “ballare con tacchi sottili” nuove cenerentole, la forza si raddoppia nello stare insieme ad altre (o a sé stessa?) accomunate dalla stessa sorte, legate da una sola promessa: che partendo insieme, insieme tutti arriveremo, anche “i signori Piedi, padroni di noi Scarpe”. Infatti, insieme, uguali, allineati, si viene al mondo, ed è lui che genera disuguaglianze, facendo gli uni, Piedi e le altre, Scarpe; limpida verità, per il maschile e il femminile, per ogni padrone ed ogni servo. Eppure, tutto viene detto con eleganza e levità, come quel vento leggero che contiene la voce del divino, “sussurro più acuto d’un grido”: “vorrei fare petali di quelle ombre/ e fiori di ciliegio, /alberi interi, viali.” Ombre generate da rimorsi che divengono petali, alberi, ombra di strade: che si possa, ancora una volta, ritrovare ciò che era sparito, in una nuova forma, rigenerata.
Accompagnano le poesie brani di prosa poetica “Abbiamo bocca e cuore pieni di stelle provenienti da lontanissime galassie… E dentro quel “quasi”, fra il nulla e l’infinito, s’affollano i rovelli: che spessore stellare hanno le voci di dolore e di gioia, le attese, le percezioni insignificanti o di smisurata bellezza di ogni essere in vita o già passato?” . Ecco il ritrovare ciò che era sparito: il fare (la Poesia) che, per amore del sapere (la Filosofia), interroga e domanda per sapere (la Scienza); fino a com-prendere (l’Amore) gli esseri umani e il mondo.
La silloge si completa con Sotto il guscio del cielo, raccolta di ottanta haiku, con il controcanto dei limpidi disegni in b/n di Francesco Pirro. La nota di Luigi Oldani a commento dei componimenti, mantiene la loro stessa semplicità, chiarezza e profondità; e come potrebbe altrimenti? Mi piace riportare questo passo “Comporre haiku significa forse ‘cambiarsi’ per accogliere una comprensione altra del nostro modo occidentale di intendere la vita-morte, di vedere le cose, di avvicinarsi a una spiritualità che tanto ha a che fare con il Buddhismo Zen….La parola è ‘modesta’, ben calibrata, l’immagine descrive lampi di realtà anche apparentemente insignificante con un riuscito stacco che ci fa andare da un’altra parte, dove tutto forse è diverso oppure non è niente, non accade niente, come nella realtà suprema del Tutto.” Come nella Poesia.
LE INSOLITE COSE
Capita che la domenica sfiorisca
dentro un vuoto balordo,
capita che mi perda
nell’umidore dell’accappatoio
nelle infradito del bagno.
E capita in punta di sogno
che impari a respirare
con respiro di branchie
l’acqua della vasca, bolla
di schiuma, lasciando al pavimento
quasi un’assenza,
il nulla di un alone.
L’OMBRA DELL’AVVERBIO
Rannicchiato dentro un forse
come in una gobba di luna.
Così sta l’amore dei vecchi.
Cede il bottone dell’abito
mentre lo allaccio: regge appena.
L’amore dei vecchi è quell’appena
che avaro s’annuncia sulla porta.
A volte prende l’aria gentile di un adesso:
Buongiorno ti ho portato il giornale.
È quasi l’ora di pranzo. Ti fermi?
Non posso risponde l’adesso
già per le scale. Allora a presto.
Può darsi senza impegno.
La porta si richiude quella
del non importa va bene.
Intanto il mai fa capolino
aspetta una distrazione per entrare.
Per poggiarmi la mano sulla spalla.
QUANDO I SOGNI SONO CATTIVI SOGNI
a N. M.
Lame che feriscono il sonno,
i sogni che non vogliono morire:
costringono le ombre della notte
oltre il tempo consentito,
oltre l’alba, per rimanere veri.
E diventa grazia il risveglio
con i giornali invecchiati sul letto,
il libro capovolto,
la tranquilla luce del mattino,
fra le stecche, alla solita finestra.
Per ascoltare il cuore
poggiamo sul petto il palmo della mano
e quel battere lento, risanato,
ci rassicura, la docilità del corpo
e dell’ora, con una propria vita.
(Da sotto il guscio del cielo)
La foglia gialla
sotto il tergicristallo:
multa d’ottobre.
Tutto a suo tempo:
un haiku come il vino
deve posare.
Anna Elisa De Gregorio, L’ombra e il davanzale, Ed. Seri Macerata, 2019
Anna Elisa De Gregorio è nata a Siena da genitori campani. Abita ad Ancona dal 1959 dove lavora. presso una agenzia di marketing. Ha pubblicato nel 2010 il suo primo libro di poesie “Le Rondini di Manet” , pluripremiato; nel 2012, “Dopo tanto esilio” anch’esso premiato; Nel 2013, “Corde de tempo” in dialetto anconetano; nel 2016 “Un punto di Biacca”; tutte raccolte che hanno avuto riconoscimenti. È presente in numerose antologie, pubblica articoli su riviste letterarie e blog (Poesia, Caffè Michelangiolo, Le Voci della Luna, clanDestino, Atelier, L’Immaginazione, Periferie, Nostro Lunedì, Poesia 2.0, Versante Ripido, Fili di Aquilone). Ha organizzato stage presso scuole e circoli culturali sulla poesia haiku. Nel 2008 ha vinto il Premio Nazionale Haiku organizzato dall’Associazione Italiana Amici del haiku, patrocinato dall’Ambasciata giapponese e dall’Istituto giapponese della Cultura.
Maurizio Rossi
Pubblicato il 21/1/2020