La vita della memoria in Vanzature/Avanzi, di Vincenzo Luciani

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 

Mettere in ordine ciò che rimane, ciò che resta di una vita: i superstiti libri, pagine e pagine di versi e appunti per affidare a futura memoria il ricordo di noi. E coniugare il ritmo pacato, l’espressione asciutta e direi disincantata con un lirismo esistenziale che alterna intro ed estroflessione di uno sguardo animato da incontri e silenzi, emozione e ragione, riflessioni sulla voracità della morte che intanto lavora cui opporre una creatività poetica calibrata sui toni della discrezione e del pudore. Emerge netto, in maniera inconfutabile il sentimento di gratitudine verso la vita, esperienza divenuta ricordo nel presente di un poeta come Vincenzo Luciani che ne l’e-book  Vanzature/Avanzi (Cofine 2020) attiva la ricognizione concreta, fattuale dei luoghi e dei nomi tutti necessari a validare un percorso di vita, di realtà pienamente vissuta tanto più ora che Ho rallentato la corsa. Anzi cammino. E il passo si è fatto più corto, più cauto, più attento l’udito, più aguzza si è fatta la vista dalla quale ogni giorno mi sporgo.

Tra spazio intimo, personale e spazio esterno Luciani chiama a sé il meglio, i megghje avanzi, immarcescibili se eternati dal ricordo o lampante prova della quantità di tempo trascorso quando racchiusi in una scatola di fotografie: Ma cume t’jè venute ncape / de ì a grapì dda sckàtele / d’i fotografie. A une a une / hé cumenzate a tramente / accume si’ cagnate / e ji appresse a tte/e quanta quante/so’ i murte / fronne ingiallanute / nt’a nu libbre / ch’ jè megghje / lassà stà. (Ma come ti è venuto in mente / di aprire quella scatola / delle fotografie. A una a una / ho cominciato a guardare / come tu / sei cambiata / e io / appresso a te / e quanti quanti / sono i morti / foglie ingiallite / in un libro / che è meglio / lasciare là.) La chiarezza espositiva di questo libro bilingue (una sezione in italiano e una in dialetto pugliese di Ischitella e relativa traduzione), come del resto nella produzione che precede, è una delle qualità caratterizzanti la poesia di Luciani, sempre attento a cogliere e ad esprimere l’essenza d’ogni ragionamento/riflessione senza paludamenti di sorta; piuttosto con umiltà in accezione etimologica, ché la terra è cifra costante cui si affida la scrittura della memoria per dare consistenza al minuto universo ( i luoghi, le cose, le persone, l’intimità dei sentimenti familiari e amicali) cui in piena libertà devozionale si appartiene. Una quieta normalità per così dire, nutrita da parole semplici e intense, portatrici di autentica poesia pur nel controllato dolore per le perdite, per le assenze prossime (gli amici morituri) e per quelle già avvenute (si leggano le poesie Il caffè di Achille Serrao; Quanto è amaro L’Amaro Lucano; 22 gennaio 2019), pur nella velata nostalgia che in molti versi traspare. Del resto e come tutti, scrive il poeta, siamo fatti de vente e nùvele, destinati a cambiare forma, mutevoli accume a te Scketedde/che cagne facce a ’gni sciusce/che i nùvele cagne./Nùvele a morre,/numunne, accume i prete/nu mare de prete/maje li stesse/prete e maje/li stesse nùvele/Càgnene accume a mme/che maje m’affije/eppure stenghe/accume a tte/tu che de vente e nuvele m’hé fatte (come te Ischitella / che cambi aspetto a ogni soffio / che le nuvole cambia. / Nuvole in massa / tante, come le pietre / un mare di pietre / mai le stesse / pietre e mai / le stesse nuvole. / Cambiano come me / che mai mi fermo / eppure io sto / come te / tu che di vento e nuvole mi hai fatto).

 

Maria Gabriella Canfarelli

 

 

Vincenzo Luciani è nato nel 1946 a Ischitella nel Gargano, dal 1975 vive a Roma dove dirige il mensile di informazione locale Abitare A. È fondatore dell’Associazione e della rivista di poesia Periferie. Dirige il Centro di documentazione della poesia dialettale “V. Scarpellino”. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Il paese e Torino, (Salemi, 1985); per le Edizioni Cofine: I frutte cirve (1986), Frutte cirve e ammature (2001), Tor Tre Teste ed altre poesie: 1968-2005 (2005), La Cruedda (2012), Straloche/Traslochi (2017). Dal 2005 al 2012 ha condotto, in prima persona o con l’aiuto di collaboratori, ricerche sui dialetti del Lazio, in particolare nelle aree della Tuscia meridionale, Campagna romana nord-occidentale, nei 121 Comuni della provincia di Roma e nei 33 comuni della provincia di Latina: La regione invisibile (con Silvia Graziotti, 2005);Le parole recuperate. Poesia e dialetto nei Monti Prenestini e Lepini (2007); Dialetto e poesia nella Valle dell’Aniene (2008); con Riccardo Faiella, Le parole salvate. Dialetto e poesia nella provincia di Roma: Litorale nord – Tuscia romana – Valle del Tevere (2009) e Castelli Romani e Litorale sud (2010). Inoltre: Dialetto e poesia nei 121 comuni della provincia di Roma (2011) e, con Anna Corsi e Valentina Cardinale, Dialetto e Poesia nei Monti Lepini (2012). Nel 2014, Dialetto e poesia nei 33 comuni della provincia di Latina.