Il dialetto in letteratura di Cosma Siani 

Recensione di Roberto Pagan

 

Bene ha fatto Cosma Siani, docente di lingua inglese all’Università di Tor Vergata in Roma, a dedicare tempo e passione alla letteratura italiana in dialetto in una serie di saggi e recensioni apparsi via via su riviste e giornali lungo tutto un decennio. E opportunamente ha ora ripubblicato tutto questo prezioso materiale nelle Edizioni Cofine, dirette da uno specialista in questo campo come Vincenzo Luciani, giornalista, poeta e promotore del Premio Ischitella. Ne è uscito un e-book maneggevole e accattivante: Il dialetto in letteratura. Recensioni, schede, incontri.

Il discorso, assai variegato per temi, personaggi e angolature, si presenta suddiviso in sei corposi capitoli: Roma, Puglia, Altre Italie, Achille Serrao, Oltre confine, Panorami. Che qui noi cercheremo di passare in rassegna nella maniera più stringata possibile, mettendo però l’accento sui momenti e risvolti più vivaci e curiosi.

Roma

Nell’ambito romano la fanno naturalmente da padroni Belli e Trilussa: accanto ai quali trovano posto anche Dell’Arco, nei suoi rapporti con Sciascia e Pasolini, come personaggio di notevole prestigio, non solo come poeta in proprio ma anche come autorevole organizzatore culturale, e un Ugo Marzi, a noi finora sconosciuto, che appare tuttavia un ragguardevole “romanesco” di Civitavecchia. Viceversa la popolarità di Trilussa, già grandissima ai suoi tempi, appare oggi, si sa, meno scontata. Ad ogni modo, Siani, in un corposo articolo “Tre Trilussa”, apparso su “Poesia” nel 2006 – come recensione al monumentale “Meridiano”, uscito appunto in quegli anni, a cura di Claudio Costa e Lucio Felici – ne ricostruisce con sottigliezza il profilo umano e il ruolo storico di grande intrattenitore del pubblico borghese del suo tempo, e non solo a Roma, mostrando come, al di là delle apparenze, la leggerezza e la facilità così spiccate in Trilussa furono in realtà frutto di un lungo e faticoso lavorio che lo portarono a divenire “nell’ambito delle forme metriche tradizionali, un grande stilista della poesia del Novecento”.

Quanto a Belli, sono ben tre gli interventi di Siani. Il primo, davvero interessante, riguarda la stesura della prima edizione a stampa nel tardo Ottocento (come si sa, Belli, benché famosissimo, in vita non pubblicò niente di suo) che oggi si può seguire con emozione attraverso il carteggio dei due studiosi, Luigi Morandi e Filippo Chiappini, che ne furono i curatori: benemeriti personaggi, assai diversi l’uno dall’altro, l’uno assurto a cattedra universitaria, poi deputato e senatore, l’altro, il Chiappini, di origini popolari e romano verace, che, nel nome di Belli, riuscirono a integrarsi in un’opera colossale di ricostruzione storica e stilistica. Su un diverso aspetto, ancora più consono alla sua formazione di anglista, Cosma Siani ci intrattiene negli altri due articoli: ed è il problema della traduzione di Belli in altre lingue. Noto e stimato già in vita da personaggi come Gogol e Saint-Beuve, Belli fu oggetto di traduzioni in molte lingue straniere. Soprattutto in Inghilterra fiorirono traduzioni per tutto il corso del Novecento: naturalmente diversissime tra loro, in prosa o in rima, in inglese corrente o in varie parlate dialettali che, di volta in volta, parvero più efficaci a rendere la lingua e lo spirito, che soprattutto ai lettori inglesi parve particolarmente mordace e corrosivo. Siani si sofferma in sostanza su tre opere, apparse rispettivamente nel 1983, nel 2007 e nel 2010. Nell’ultima, Belli da Roma all’Europa. I sonetti romaneschi nelle traduzioni del terzo millennio, a cura di Franco Onorati e con prefazione di Antonio Prete, lo stesso Siani figurava già con un suo saggio. Più minutamente egli ci ragguaglia sulle traduzioni di Paul Howard, che fin dal 2004 si era cimentato con Belli nei suoi anni di studente a Oxford, per poi continuare in altri tentativi che – a quanto ci sembra di capire – lasciano il nostro relatore più perplesso che convinto.

Puglia

Il secondo capitolo s’intitola Puglia. Naturalmente l’autore qui si sente a casa sua. Sono parecchi gli autori pugliesi, e del Gargano in particolare, che si sono dedicati alla poesia in dialetto: continuativamente come Tusiani, attivo in questo campo da ben cinquant’anni, o Angiuli e Granatiero, con molte raccolte e per lunghi anni o, più occasionalmente, come Serricchio addirittura “molto tardi nella sua carriera creativa”, con una sola raccolta che apparve nel 1997 (essendo il 2012 la data della morte). Ma quel che conta è che l’adozione del dialetto avvenne comunque su un piano alto, di assoluta consapevolezza letteraria: tanto da cimentarsi persino nella traduzione di alcuni sonetti di Shakespeare. Ci sono altri poeti, pugliesi come Serricchio, che si sono cimentati, per esempio, sull’Inferno di Dante e qui l’autore richiama i nomi di Nicola Testi, Ester Lojodice, Giovanni de Cristofaro, Giovanni Scarale, e gli stessi Tusiani e Granatiero già citati. Ma perché proprio Shakespeare? – si domanda Siani: e proprio sui testi più baroccheggianti? Forse appunto perché – crediamo di capire – lo stimolo a gareggiare su un terreno così arduo lo portava a scavare nel profondo del suo patrimonio linguistico dialettale e a portarne alla luce termini magari disusati ma di assoluta efficacia espressiva.

Più a lungo insiste il nostro autore sulla straordinaria continuità di Tusiani, poeta dialettale fin dal 1955, ricordando in una nota che tutte le sue raccolte compaiono oggi riunite in un tomo di ben 1400 pagine, Storie del Gargano. Poesie e narrazioni in versi dialettali (1955-2005) a cura di Antonio Motta, Anna Siani e Cosma Siani, San Marco in Lamis. (E qui è il caso di ricordare che il lungo studio e il grande amore di Siani verso questo poeta si esprimeva già in un’opera autonoma: Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di J. Tusiani, Cofine 2004). Naturalmente l’articolarsi della carriera di Tusiani va considerata anche in relazione al lunghissimo arco temporale, nonché all’interesse verso la produzione poetica in dialetto che, a partire dalle opere critiche e antologiche di Pasolini, Brevini e Serrao, si è sviluppato straordinariamente in questi ultimi decenni; fino a concretarsi in una definizione, “poesia neo-dialettale”, che ha voluto marcare, a un certo punto, la distanza tra una concezione consapevolmente letteraria e colta di tale produzione rispetto a una tradizione popolaresca e spontanea sopravvissuta come elemento di folklore fino al primo Novecento, ma di fatto cessata con la generazione dei Di Giacomo, Giotti, Noventa, per non parlare dei decenni successivi. Anche Tusiani, nella sua singolare esperienza di vita italo-americana, ne ha evidentemente avvertito il cambiamento. Alla fine l’autore si domanda: è “neodialettale” Tusiani? “Dalla sua storia dovremmo dire di no”. Tusiani non cerca il dialetto per opporsi alla lingua tradizionale, ma è vero che “lo usa come uno dei suoi registri letterari, accanto all’inglese, l’italiano, il latino”. Cioè con la stessa naturalezza e con la stessa serietà di scrittore.

Non possiamo soffermarci sulle considerazioni di Siani su un altro autore pugliese, Lino Angiuli, ben noto anche come direttore di una rivista di poesia: ironico e singolare come poeta dialettale: “caleidoscopico” lo definisce, con simpatia evidente, il nostro Siani. Che dedica poi altre pagine che accomunano Angiuli a Tusiani: il quale in un’occasione si è fatto traduttore in inglese dell’amico Angiuli (cfr. in Journal of Italian Translation, New York, 2007).

Nella sezione spicca per interesse il resoconto che Siani faceva nel 2004 della prima edizione del “Premio Nazionale Città di Ischitella – Pietro Giannone” (questa la dizione ufficiale), ideato da Achille Serrao e da Vincenzo Luciani, che di Ischitella è nativo: manifestazione destinata poi di anno in anno e fino ad oggi a una crescente notorietà. Ed ecco, subito dopo nel nostro itinerario – in realtà sono passati ben dodici anni – si cita una intera raccolta di testimonianze poetiche: 43 poeti per Ischitella, a cura di Vincenzo Luciani e prefazione di Rino Caputo, Ed. Cofine, 2016: un omaggio e un tributo di affetto per la città del Premio e per l’accoglienza ricevuta.

Lo stesso Luciani è chiamato in causa come poeta da parte di Siani: che ne apprezza, giocando sul titolo di un’opera (Frutte cirve e ammature), le pulsioni “sia acerbe che mature”. In quanto il libro fondeva insieme due raccolte, una più giovanile (1996) con una, appunto, più “matura”. Comunque, nonostante la sua naturale ritrosia, l’infaticabile organizzatore del Premio ha pieno diritto a sentirsi in toto poeta, e non solo cultore appassionato di poesia altrui. Soprattutto nel suo dialetto garganico, sia nel registro più divertito e leggero, sia in quello più decisamente lirico.

Infine, ancora legato in qualche modo al Premio Ischitella, Franco Pinto, già segnalatosi tra i vincitori della prima Edizione con l’opera Meje cume e mo’. Il testo di Siani qui presentato risulta essere la prefazione al libro più recente Nu corje duje memorje, del 2001. Siani si sofferma soprattutto su una caratteristica, o se vogliamo un tema, della poesia di Pinto. Sembrerebbe sempre in traccia di una interlocutrice a cui rivolgersi: potrebbe essere una donna, o più semplicemente è “la musa”. Quello che conta, per il poeta, è un destinatario a cui rivolgersi, a cui confidare riflessioni o domande. Come che sia, tra i vari atteggiamenti propri del poeta “neodialettale” individuati dai critici, a cominciare da Brevini – uno dei primi e più solerti “sistematori” della materia – Pinto è un “lirico puro”: le cui ascendenze non vanno certo ricercate nella tradizione popolaresca, ma piuttosto “nelle matrici simboliste della maggior lirica europea”, magari attraverso Di Giacomo e Pascoli.

Ma ancora nella Puglia e in specie nel Gargano rimaniamo in questa che è tra le più ampie sezioni del libro. A p. 88 salta fuori addirittura un monumentale Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, quasi una enciclopedia sulla parlata di un piccolo paese: ma è una cosa seria, avallata da un prefatore del calibro di Tullio De Mauro, e spalleggiato dal decano dei dialettali pugliesi, Joseph Tusiani. Opera colossale di due fratelli, Grazia e Michele Galante, che in anni di ricerche hanno messo a fuoco ben 20.000 lemmi dialettali riferiti alla fraseologia, corrente e passata, propria del paese: nell’insieme dunque anche un lavoro di antropologia culturale non indifferente. Ancora più lodevole, quasi emozionante, quando si scopre che tutta questa ricerca è stata appoggiata dagli alunni di una scolaresca di cui la signora Grazia era docente.

Alla fine del capitolo, ancora un poeta “garganico più che pugliese”: Francesco Granatiero, da giovane formatosi a Torino, laureato in medicina, dotato anche lui di interessi lessicologici (al suo attivo una grammatica e un vocabolario del dialetto di Mattinata, nel golfo di Manfredonia. “Ireve” (Voragine), uscito nel 1955, è il suo quinto libro di poesia dialettale. E di nuovo s’impone il tema che sembra un po’ assillare Siani. “Neodialettale” è, nel caso di Granatiero, aggettivo d’obbligo ci assicura Siani. Ma qui si ripropone la riflessione. “In breve, quel “neo” sottintende proprio il superamento del vernacolare, del popolare, del folclorico…è l’accesso all’uso del dialetto come lingua della propria esistenza interiore”. Ora Granatiero porta alla luce una grande ricchezza espressiva dal suo dialetto, ma usa anche un libero amalgama di suoni nel verso e fa mostra di un atteggiamento disinibito, che sembra in contrasto con il puritanesimo di tanta tradizione popolare. Insomma desta particolare stupore (se intendiamo davvero il senso del discorso di Siani) il contrasto tra l’esperienza umana pregressa del nostro poeta, compresa quella dell’emigrante – così tipica di una tradizione – e la libertà di atteggiamenti, tutta “moderna” dello scrittore. E insieme la capacità di conciliare il suo radicamento appassionato al proprio dialetto “contadino” con una cultura inventiva ricca di novità formali.

Questo è quanto ricaviamo da una prima recensione di Siani a Granatiero, che risale al 1997. Ma il suo pensiero viene integrato e approfondito in una seguente nota su una più recente opera del poeta: “Passete”, che è del 2008: a proposito della quale si parla più esplicitamente di un “lessico rurale” e di un “afrore di terra”, che sono un modo di ricuperare il tempo perduto senza tuttavia “cadere nella trappola della poesia vernacolare che rimpiange il passato…e si bea del colore locale”.

Altre Italie

Il terzo capitolo si intitola Altre Italie. Si tratta di poeti siciliani o comunque meridionali. A parte un richiamo al Porta, padre della poesia in dialetto milanese, e, alla fine una recensione dedicata alla carpigiana Lia Cucconi. L’interesse critico prevalente di Siani è anche qui, come già abbiamo visto, quello di valutare se e quanto e in che misura tali poeti possano rientrare in quell’area che si è convenuto di chiamare “neo-dialettale”. E si scopre poi, di fatto, che i veri poeti restano sempre tali, sia che usino l’italiano letterario o i rispettivi dialetti. Così è per Albino Pierro, già in fama di notevole poeta in lingua, che a 43 anni suonati decise di scrivere in dialetto: e Siani ricorda anche una data precisa: il 23 settembre 1959. Pierro era nato nel ’16, a Tursi, in Lucania. Siani evidentemente vuol sottolineare che, dati i tempi, Pierro era in anticipo rispetto a quella generazione del ’30 che – secondo le considerazioni dei critici, a cominciare da Brevini o Serrao – è stata più sensibile alla ripresa del dialetto lasciandosi alle spalle “melopee memoriali, toni popolareggianti, colore locale”. Perciò Pierro sarebbe già un poeta “in dialetto”, non “dialettale”, nel senso che si porta con sé, anche nell’adozione del vernacolo, moduli già maturati in seno alla tradizione in lingua. E dunque la nuova raccolta, Nun c’è pizze di munne (Non c’è angolo della Terra), Mondadori, ’92 (che Siani recensisce nel ’93) conferma un profilo poetico da tempo acquisito e impone al dialetto strumentazione e strutture letterarie aliene da suggestioni localiste: anche là dove presenta personaggi popolari, tenendosi agli antipodi del prevedibile bozzettismo regionale”.

Altro poeta di spicco, nel suo dialetto come in italiano, si rivela Dante Maffia, di cui Siani recensisce I rùspe cannarùte (I rospi golosi), del 1995, e concorda in genere col prefatore Magris sulla capacità del poeta di tenersi lontano, con strumenti innovativi, come qualche elemento ermetico, l’uso della sinestesia, toni filosofici, immagini vigorose, dall’ “attrazione-rischio” del colore locale.

Dal presente ai primordi della poesia dialettale: Carlo Porta viene richiamato in una nota scritta in margine a una riedizione de I poemetti, curata da Guido Bezzola per Marsilio, Venezia, 1997. Siani sottolinea qui la “familiarità assoluta” del curatore con la materia affrontata, che gli permette di offrire, oltre alla passione personale per il grande poeta, una documentazione capillare sull’ambiente storico esplorato con minuzia in ogni particolare. I ventitré Poemetti presi in considerazione, composti tra il 1820 e il 1820, sono meno della metà della produzione portiana: ma sono i risultati migliori di “un eccezionale stato di grazia”, dove non mancano, accanto alla “deliziosa leggerezza” del dettato, aspetti di solito più trascurati: per esempio “il suo contributo di acceso romantico alla polemica anticlassicista”.

Ma torniamo al Meridione. Alla Sicilia di Salvatore Di Marco. Qui colpisce un altro dato: il fatto che questo poeta rese pubblica la sua produzione dialettale, che durava da decenni, appena nel 1990, con Cantu d’amuri: subito ne parlò con entusiasmo Franco Brevini mettendo in rilievo la “controllatissima dosatura delle espressioni idiomatiche” e la ricerca di “compostezza formale” pur nel quadro di un prevalente “frammentismo lirico”. Anche in una più recente raccolta, Cu rimita menti. Poesie siciliane, 2010, Di Marco, che pur non rifugge da temi sociali – in ciò vicino all’amato Ignazio Buttita –  mostra di sapersi affrancare dalle matrici più tradizionali con modi stilistici, anafore e processi metaforici che lo avvicinano ad ascendenze novecentesche, non escluse quelle di un Pascoli o di un D’Annunzio.

Molto più spericolata, anche in relazione alla più giovane età, la poesia di Marco Scalabrino, trapanese del 1952. Soprattutto nella sua opera più recente, La casa viola, del 2010, l’autore “si spinge …verso orizzonti sperimentali avanzati”. “In un registro medio… abbiamo un’espressione disincantata che fruga nei particolari del quotidiano proiettandoli in figurazioni inusitate”. Ma poi assistiamo anche a sperimentazioni materiali e grafiche, che possono ricordare le avanguardie del primo Novecento o i calligrammi di Apollinaire, ma che si riallacciano anche ad altre formule più bizzarre dell’odierno mondo computeristico, come operazioni di “copia e incolla” (“Copia e incodda”, nel dialetto trapanese!).

Ma torniamo indietro nel tempo. Alcuni Saggi e note critiche (pubblicate nel 2012) da Salvatore Di Marco riguardano la figura di Alessio Di Giovanni, agrigentino, “figura maggiore tra i siciliani a cavallo tra XIX e XX secolo”. Si tratta di uno studio ad ampio raggio che riguarda tutta l’opera del Di Giovanni: poesia, prosa e teatro dialettali. E’ una ricostruzione minuziosa e appassionata, quella che Di Marco, anche lui poeta, fa della carriera e delle idee del suo predecessore: il quale avrebbe mirato anzi a un “siciliano” illustre, che riunisse in sé tutte le parlate locali, lontana dai modelli del “soggettivismo lirico e dal descrittivismo”. Tutto il contrario in realtà di quello che, proprio in quegli anni, cominciava a prender forma con la nuova dialettalità di un Di Giacomo o, nell’area giuliana (non “friulana” ahimé, come sfugge a Siani e a tanti nostri compatrioti) con Giotti e Marin. Ma il paradosso maggiore – considera Siani – è proprio la poesia stessa prodotta da Di Giovanni nella sua ultima raccolta Voci dal feudo: benché socialmente impegnata a favore degli operai nelle zolfare, essa si risolve in un respiro solenne che è essenzialmente lirico.

Di un altro siciliano, questa volta il marsalese Nino De Vita, ci parla nella stessa sezione Siani in una recensione del libro Omini, del 2011. Nonostante una certa fama che De Vita sembra essersi acquistata presso critici di valore, l’impressione di Siani non sembra molto favorevole di fronte alle prolisse narrazioni di particolarità quotidiane all’apparenza insignificanti che inzeppano questi poemetti. Il lato curioso è che il De vita parla con lo stesso tono di personaggi illustri, come Sciascia, Consolo o Bufalino, trattati tutti familiarmente e con molta confidenza, mettendoli sullo stesso piano di uomini e donne ordinari della vita quotidiana; così come, con lo stesso tono, sembrano accostati gli avvenimenti più futili con qualche accadimento drammatico, per esempio un suicidio. In realtà, “nulla è casuale in questa ben orchestrata rappresentazione dell’ordinarietà”. La morale – ammette infine Siani – di questo accumulo di fatti raccontati sembra emergere dalla monotonia dell’insieme: ma “sembra che debba essere il lettore stesso a scoprirlo e scerglieselo”.

Infine, davvero assai diverso è il quadro che esce dalla poesia di Lia Cucconi, nel suo dialetto di Carpi. Qui è invece l’impegno umano, che emerge indiscutibile dai due ultimi libri dell’autrice, Dal luntan i dman (Di lontano i domani) e D’èter pan (D’altro pane). Il primo commemorava le vittime del nazifascismo, nella lotta partigiana e nei campi di concentramento. L’altro gravita sul problema dell’immigrazione in Italia. Naturalmente non sono i fatti in sé a determinare il risultato emotivo. E’ il modo di rappresentarli; è l’intensità della forma e della lingua che esprimono il sentimento interiore. E qui Siani porta un esempio assai suggestivo: il Lamento per Ignazio Sanchez di Garcia Lorca: La pietra è una fronte dove i sogni gemono / senza aver acqua curva né cipressi ghiacciati…   “Tutte cose – considera Siani – che avrebbero ben poco a che vedere direttamente con la morte del torero”. Un linguaggio denso, simbolico, che sfugge alla razionalità pura, parla con altri mezzi alla psicologia del profondo. Così alcuni versi della Cucconi, in morte di Domenico Luciano, un ragazzo di 12 anni, staffetta partigiana (li riportiamo nella sola traduzione italiana): Il tuo nome è un giardino accovacciato al sole / dove la primavera è figlia della speranza… E’ un linguaggio che va al di là di ogni logica, ma dice per altre vie – forse più dirette – e comunica al lettore la più intensa emozione.

Achille Serrao

Il quarto capitolo è nel segno di Achille Serrao, di cui Siani è stato amico ed estimatore per lunghi anni, nonché oggetto di opere monografiche: si ricordi in particolare Achille Serrao poeta e narratore. Antologia della critica e bibliografia, Roma, Ed. Cofine, 2004. Qui la rassegna si apre con una recensione del 1992 al libro di Serrao che in quell’anno apriva, si può dire, la strada alla discussione, sviluppatasi poi, sempre più vivace circa la definizione della poesia “neo-dialettale”. Il libro in realtà era una rassegna di poeti dialettali nati dopo il 1930 e produttivi dunque intorno agli anni cinquanta. (cfr..Via terra. Antologia di poesia neodialettale, a cura di A. Serrao, intr. di Luigi Reina, Udine, Campanotto, 1992). A parte gli autori, già affermati all’epoca, dell’area veneto-friulana, di cui si occupa il prefatore Reina, tutti gli altri poeti presenti nell’antologia sono certamente personalità anche molto difformi tra loro: che però, secondo i curatori, hanno dei caratteri qualificanti: “il distacco dai temi classici del mondo popolare” e l’uso del dialetto secondo la libertà di atteggiamenti, metri e sintassi praticata nelle opere in lingua contemporanee. Tra i nomi presenti nell’antologia figuravano, accanto ai più conosciuti Bertolani, Loi, Scataglini, Sole, altri allora emergenti, come Marciani, Angiuli, Granatiero, Nigro. Il libro suscitò allora la massima attenzione, perché poneva un problema di fondo: se la poesia italiana abbandona i moduli tradizionali del dialetto, non sarà più in subordine alla letteratura italiana, ma ne sarà parte integrante.

Un’altra opera di Serrao, La draga e le cose, uscito nel 1997, con intr. di E. Giachery, Caramanica Ed., che antologizzava una vicenda poetica lunga trentacinque anni (1961-1996), svolta prima in italiano, poi irreversibilmente in dialetto (Semmenta verde, 1996) poneva un altro problema, qui sintetizzato in un conflitto: globalizzazione –identità. Interessante la riflessione di Siani, che parte da un confronto tra il “gorgo espressionistico” della materia trattata in italiano e la stessa materia trattata poi in dialetto per riportarsi a un livello storico globale: per esempio quello che avviene nei conflitti tra il predominio dell’inglese e la rivalsa delle lingue nazionali nelle ex-colonie. È un problema di “identità”, che viene sentita a rischio di fronte all’appiattimento imposto dalla globalizzazione. Così si spiegherebbe l’abbandono dell’italiano per il dialetto nel caso di Serrao. Il viaggio “verso la dicibilità” sarebbe in effetti un viaggio verso l’identità, restaurata nella periferia della propria storia personale.

Nelle pagine successive si affronta il tema delle traduzioni in inglese delle cose di Serrao: cfr. Via Terra. An Anthology of Italian Poetry, a cura Serrao, Bonaffini, Vitiello, New York 1999 e anche: Cantalèsia. Poems in the Neapolitan Dialect (1990-97), a cura Bonaffini, intr. Gibellini, New York 1999. Tali opere nascono per iniziativa di un gruppo di lavoro che si è creato tra le due sponde d’Italia e Stati Uniti. In Italia operava lo stesso Serrao; in USA stavano Luigi Bonaffini, lettore d’italiano al Brooklin College, già traduttore di Campana e Luzi, e Gaetano Cipolla, impegnato nella Ed. Legas.

Ancora una nota di Siani ci dà conto di altri due libri di Serrao, relativi alla figura di Di Giacomo e della tradizione napoletana: Era de maggio. Riduzione in quattro atti dalla vita e dell’opera di Salvatore Di Giacomo; Il pane e la rosa, Antologia della poesia napoletana dal 1500 al 2000, Cofine Roma: rispettivamente 2006 e 2005. Nel primo libro, sul filo di poesie e lettere dell’epistolario degiacomiano,  Serrao rievoca la relazione amorosa tra il poeta e la studentessa Elisa Avigliano, che poi divenne sua moglie. Ridotto a sceneggiatura, il lavoro fu portato in teatro con successo da parte di un gruppo di studenti dell’Università di Tor Vergata. Molte delle poesie usate nella sceneggiatura ricompaiono poi, insieme con altre, nell’antologia Il pane e la rosa: dove il titolo evidenzia due linee privilegiate da Serrao: lirico-melodica e realistica.

Infine, in una nota del 2012, a proposito di un’ultima plaquette pubblicata da Serrao di sole sette poesie dal titolo Disperse (premiate però col Premio Pascoli), Siani conclude la sua indagine sul passaggio dall’italiano al dialetto di Caivano, sostenendo la sostanziale “continuità” tra le due fasi di tale itinerario artistico. “Si deve al gorgo espressionistico dell’esperimento verbale che l’ha preceduto se il dialetto di Serrao suona così rinnovato e anti-idilliaco”.

Oltre confine

Nella penultima sezione del libro che stiamo esaminando intitolata “Oltre confine”, l’anglista Siani ci propone il tema dei “dialetti italiani visti dall’estero”. In base ad alcuni contributi recenti di studiosi stranieri o italiani (cfr. Martin Maiden e Mair Parry, The dialects of Italy; Luigi Bonaffini, Dialect Poetry of Southern Italy; Hermann W. Haller, The Other Italy. The Literay Canon in Dialect) risulterebbe intanto che gli italiani sono ancora un popolo bilingue, che in buona parte (almeno per due terzi) usa ancora il dialetto nei rapporti più familiari. Ciò spiegherebbe tra l’altro il singolare revival della poesia dialettale nel nostro paese. Un fenomeno interessante è anche la vivace considerazione con cui è studiata all’estero la poesia italiana, in modo particolare per quanto si riferisce ai dialetti meridionali: il che si spiega più facilmente se consideriamo la storia dell’immigrazione italiana all’estero e in particolare nei paesi di lingua inglese. Non mancano quindi le traduzioni di tale poesia italiana in lingua inglese, affidate in genere a specialisti bilingui, talora di grande valore. E qui Siani propone elenchi più dettagliati sia dei poeti tradotti sia dei traduttori.

Panorami

L’ultimo capitolo s’intitola “Panorami”. E si apre con le risposte, ancora di Serrao, a un’inchiesta – non si sa bene se reale o ideale – sul dibattito tra lingua comune e dialetti in poesia (cfr. A. Serrao. Presunto inverno. Poesia dialettale (e dintorni) negli anni Novanta). Siamo dunque alla conclusione del secolo e di quel secondo cinquantennio che ha visto un ritorno inaspettato della poesia dialettale nella nostra letteratura. Serrao nega che si possa ancora parlare di un antagonismo tra lingua e dialetti. Certo i dialetti, per molto tempo e soprattutto nelle scuole, sono stati contrastati finché parve necessario difendere la lingua italiana come fondamento dell’unificazione nazionale. Ciò avveniva nelle scuole elementari ancora negli anni Cinquanta. Oggi, raggiunta una quasi totale alfabetizzazione, tali motivi di antagonismo verso i dialetti sono caduti: anzi, ritornano a essere coltivati anche nelle scuole. Poi si può discutere certo se i dialetti possano avere una dignità letteraria pari a quella della lingua italiana. Nel caso del siciliano o napoletano o romano o milanese c’è già una consolidata tradizione da cui proseguire o ricominciare. Ma, in altri casi, per chi scriva in dialetti minori o minimi può trattarsi invece di una rivendicazione della propria più profonda identità in antagonismo con una lingua sentita come imposizione. Che poi ci sia stata “una perdita di parlanti in dialetto”, non comporta rifiuto della poesia dialettale. A parte il fatto che l’Italia è ancora per larga parte un paese di parlanti “bilingui”, non esiste certo un rifiuto verso la poesia dialettale in sé: caso mai si tratta di disinteresse per la poesia in generale. In realtà il pubblico delle persone colte ama la poesia dialettale in quanto forma d’arte e più l’apprezza se vi sente lo stesso impegno culturale nel poeta. Pensiamo che oggi esiste anche una poesia neolatina, che ha i suoi cultori. Insomma, chi scrive poesia dialettale oggi, lo fa per un pubblico preparato a leggere poesia in generale. Viceversa può esserci una forma di “dialettalità negata” (Mengaldo) in chi rifiuta di scrivere in dialetto quasi a ritenerlo una specie di facile scorciatoia di fronte alle difficoltà di cimentarsi con la lingua della tradizione. Ma questa può essere solo questione personale. Oggi in generale si riconosce un merito particolare a chi, come Pasolini, ha saputo incoraggiare con l’esempio concreto e con la capacità critica e teorica la rinascita del dialetto in poesia, che comunque già in quegli anni spontaneamente era in atto, per esempio sul terreno del Friuli, dove operava (a Casarsa) appunto Pasolini. L’altro elemento che entra in gioco nella cosiddetta poesia neo- dialettale è che chi usa la propria lingua locale, non lo fa per “rappresentare” la comunità dialettofona nei termini della tradizione vernacola, ma per esprimere se stesso secondo le forme e la cultura novecentesca: anche mescidando al dialetto elementi colti che sarebbero ad esso estranei.

Segni e segnali del dialetto letterario. Considerato che la letteratura dialettale ha avuto il suo decennio d’oro tra gli anni ottanta e novanta qui si ricordano i repertori e le antologie che ne accompagnarono il cammino, agendo anche da stimolo ulteriore. Sono citati quindi, come testimoni di questa vitalità, i contributi di Chiesa e Tesio, di Spagnoletti e Vivaldi, il libro cardine di Brevini, Le parole perdute (Einaudi 1990), cui ha fatto seguito il “Meridiano” Mondadori, La poesia in dialetto. Il dibattito tende ora a proseguire in sedi più decentrate, con un ininterrotto flusso di pubblicazioni non solo creative ma anche saggistiche. Siani segnala quanto l’attenzione resti viva anche nelle sedi universitarie d’oltreoceano, come dimostrano in particolare le opere di Herman Haller: di cui si ricorda la compilazione antologica The Hidden Italy, del 1986, ora seguita dalla versione italiana La letteratura dialettale in Italia, Roma, Carocci, 2002. Accanto a lui, in un altro College della stessa City University di New York, troviamo Luigi Bonaffini, traduttore di Albino Pierro e di Achille Serrao, ma anche di Campana, Luzi e Sereni. A una precedente Trilingual Anthology (dialetto, italiano, inglese) dedicata ai dialetti meridionali ora si è affiancata un’opera analoga sui dialetti del Settentrione e del Centro d’Italia. Inclusi persino sei poeti della Svizzera italiana. Lo stesso Bonaffini ha costituito presso la sua Università anche un sito web sulla poesia italiana. Achille Serrao è stato suo stretto collaboratore sulla sponda italiana. Va aggiunto che Serrao e Luciani hanno costituito un “Centro di documentazione della poesia dialettale intitolato a Vincenzo Scarpellino”, di recente affidato alla Biblioteca Nazionale di Roma. Tralasciamo, di necessità, altri repertori e pubblicazioni di ogni regione d’Italia segnalati nello stesso capitolo.

Accenniamo appena a una Relazione dello stesso Siani presentata al convegno delle Pro Loco sulla salvaguardia dei beni culturali relativa alla prima “Giornata del dialetto e delle lingue locali”, tenuta a Roma in Campidoglio nel gennaio 2014. Manifestazione, questa, destinata a ripetersi negli anni seguenti.

Il Capitolo si conclude con due “panorami”, rispettivamente sulla poesia dialettale in provincia di Roma e in provincia di Foggia fra Tavoliere e Subappenino dauno: certo troppo fitto di nomi e dati specifici perché se ne possa parlare in questa sede.