Un contro-viaggio, un’Italia rovesciata, un itinerario di speranze e di disillusioni, una sosta filosofica nel tempo lungo strade alternative. Quella di Antonella Tarpino nel suo libro Spaesati è una corda tesa tra storia e storie di un paese che nasconde la sua identità nelle pieghe di una geografia fuori mano, avvolta nella polvere, nella ruggine, nelle sterpaglie di un paesaggio in abbandono.
Da Nord a Sud c’è l’Italia di ieri o dell’altro ieri, ma c’è insieme una mozione di futuro, un monito pressante a salvare, col passato, il futuro. Dov’è finita la Resistenza delle montagne cuneesi, e dove sono finite le lotte della Bassa Padana, immortalate da Bernardo Bertolucci nel film Novecento? Sopravvivono rovine, oggetti sparsi, edifici dimenticati dal navigatore satellitare anche più sofisticato. Bisogna andarli a cercare, sotto la guida di esperti del luogo e facendosi trascinare dal fiuto di una inesausta passione storica, come ha fatto l’autrice. Non è facile scegliere strade del genere allontanandosi da tutto ciò che è efficiente, sicuro, preordinato. È come scendere in un mondo sommerso, tra le voci di un’umanità ammutolita, tra le pareti fragili di una trincea che si sgretola ad ogni tentativo di puntellarla.
C’è l’Italia esemplare, quella delle baite del Paraloup, delle cascine della Bassa cremonese, delle macerie dell’Appennino aquilano, dei paesi irpini terremotati nell’80, della difficile e aspra montagna calabrese. Ed ogni stazione, ogni tappa di questo viaggio in una storia alla rovescia, in un mondo alla rovescia, ha i suoi geni accompagnatori: Livio Bianco, Nuto Revelli e Giorgio Bocca per le contrade piemontesi, Gianni Bosio, Danilo Montaldi e Mario Lodi per la Padania, Ignazio Silone e Guido Piovene per l’Abruzzo, Francesco De Sanctis e Franco Arminio per la Campania, Corrado Alvaro, Corrado Stajano, Umberto Zanotti Bianco e Vito Teti per la Calabria. È come se quei luoghi avessero una loro distinta voce, un loro richiamo echeggiante dalla montagna alla pianura, e dalla pianura al mare.
Antonella Tarpino marca così i segnali della memoria, i bivi a cui essa può costringere la coscienza, la riflessione, la “malinconia attiva” che scaturisce dalla mescolanza di due sentimenti apparentemente contrastanti: la quiete del già stato e l’inquietudine del caduto, del rovinato, del finito, del sepolto. Una malinconia che appartiene allo sguardo filosofico affacciato sul senso della storia, sui suoi splendori e sulle sue miserie, sul sorgere e sul morire delle imprese umane. Una malinconia così attiva da indurre alle lacrimae rerum, ma anche capace di disegnare qualche linea di futuro, qualche invito alla resurrezione. È quanto può succedere ancora tra le macerie dell’Abruzzo offeso, è quanto è successo già nelle contrade estreme di Caulonia e di Riace. Qui è nato e resiste un efficiente centro per l’accoglienza dei migranti, una comunità che si è rimboccata le maniche e ha sconfessato felicemente Alvaro, Seminara o Zanotti Bianco che avevano diagnosticato volta a volta una Calabria in fuga, una Calabria immobile e la “perduta gente” di Africo.
A. Tarpino, Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro, Einaudi, pp. 250, euro 18.
di Sergio D’Amaro