Una nuova raccolta poetica di Maria Grazia Cabras

Nota di Pietro Civitareale

È uscita, in questi giorni, una nuova raccolta di poesie, in lingua e in dialetto nuorese, di Maria Grazia Cabras, intitolata dies in tundu.girogiorni (Edizioni Cofine, Roma, 2020), la sesta, se non andiamo errati, dopo  Viaggio sentimentale tra Grecia e Italia (2004), Erranza consumata (2007), Canto a soprano (2010), Bambine meridiane (2014) e Bestiario dell’istante. Poesias in duas limbas (2017).

Anche in questa nuova prova la poetessa sarda conferma le sue personalissime potenzialità creative, offrendoci una poesia che può essere considerata il risultato, lo sbocco immaginifico di un mondo colto nella sua essenza, nella sua aurorale manifestazione, nei modi di una espressività sintetica, di un eloquio primario se non primitivo, corrispondenza irriflessa di un immediato sentire; una poesia, cioè, che utilizza una sintassi essenzialmente nominalistica, paratattica (ubbidiente ad una scriptio continua, che non crea commistione di senso o difficoltà di lettura), la quale ne accentua e ne sancisce, lo stilismo linguistico, l’autenticità ispirativa, la ragione di essere, la maniera di cogliere la realtà delle cose nella sua essenza, senza la mediazione di un discorso eccessivamente strutturato che potrebbe attenuarne, o azzerarne addirittura, ogni spontaneità ed ogni originale purezza. Non stupisce, di conseguenza, la allusiva bellezza di certi versi: “animano il bosco creature assopite”, “grembo musicale delle foglie”, “il buio di novembre fioriva”, ecc.

Il mondo dell’infanzia, con la sua innocenza e le sue piccole protagoniste, è in massima parte, il tema di queste poesie (tema, peraltro, già affrontato e splendidamente svolto dalla Cabras), colto e rappresentato nel contesto di un ambiente rurale, dove l’esistenza si coniuga e quasi si confonde col paesaggio e con la sua ontologica fenomenologia. Ciò, se, da una parte, favorisce l’ampiezza e la grazia del dettato poetico, dall’altra, accentua l’alone di mistero che riveste la realtà, sostanzialmente colta ma non apertamente dichiarata ed esplicitata, conferendo al discorso poetico una suggestività che chiama in causa più l’intuizione che l’intelletto, più lo stupore che una logica comprensione: “fummo culla e vele / verso porti d’infanzia // l’incanto le nuvole la bruma / ci portarono altrove / dentro mattine di poca luce / e luoghi spogli // lontano la nudità felice” (pag. 41).

In altri termini, ci troviamo di fronte ad un discorso poetico allusivo, nel quale l’invenzione, la fantasia, le virtualità creative non corrono mai il rischio di ridursi ad un semplice ed intenzionale diversivo, ma mirano ad accrescerne le possibilità semantiche, la perspicuità della dizione, sempre fedele a se stessa ed alle sue potenzialità comunicative, e sempre desunta da un contesto storico-geografico vissuto, sperimentato nell’ambito di una esaltante quotidianità e con un senso sempre appropriato del suo impianto figurativo; quasi una riprospettazione della realtà delle cose, una loro rifondazione con la sua segreta ed allusiva bellezza.

 

 

Pietro Civitareale