Una goccia di bene di Paolo Steffan

Recensione di Vincenzo Luciani

Ho avuto il privilegio di conoscere bene Paolo Steffan, quando, con la raccolta inedita Frazhun (Frantumi), nel dialetto di area trevigiana di Sinistra Piave, si classificò terzo al Premio Ischitella-Pietro Giannone nel 2016 e poi nel 2020 di nuovo terzo classificato con Sganga de ciel (Brama di cielo). I “nuclei fondamentali” di queste sillogi le rileggiamo nella sua nuova raccolta: Una goccia di bene (interlinea 2025) nelle sezioni V (Frantumi) e VI (Trobar leu). Le altre sezioni sono del libro sono: I. Ansimi; II. Tagli; III. Trobar clus; IV. Abbagli.
Le poesie di questa raccolta precisa Steffan “appartengono a una stagione compositiva” che si colloca tra il 2013 e il 2020 e – ancora sua avvertenza – le versioni italiane non sono traduzioni di servizio, ma “testi cui l’autore ha voluto quando possibile, restituire pari autonomia e dignità poetica senza tradire il dialetto di partenza”. Operazione riuscita con un labor limae accurato e sapiente. Cosa niente affatto scontata negli autori della sua generazione. Altre caratteristica rilevante: il rispetto tanto del lessico che della resa fonetica del suo dialetto: quello di area veneta nell’estremo lembo orientale dei colli di Conegliano e più precisamente quello di Castello Roganzuolo.
Meritano di essere segnalate le riflessioni – che condivido – della sapiente nota conclusiva di Rolando Damiani.

I temi di oggi e di sempre di Una goccia di bene sono: il lavoro, l’amore, il rapporto uomo-natura, la memoria, il nesso realtà-linguaggio, la ricerca di Dio.
Steffan si conferma come una voce nuova e solida, in costante dialogo coi classici, che cerca di far ritrovare al lettore «la funzione “sociale”, o piuttosto “religiosa” e sempiterna, della poesia» mentre ribadisce la costante consapevolezza che viviamo in una realtà “frantumata”, in cui forse ci resta «una goccia di bene / lerciato dal male».
Al poeta resta la possibilità ultima di ‘rimasticare scarti di una lingua / inceppata che si sta frantumando’, una lengua / incantada di un poeta dalla voce colta e civile, attenta al paesaggio ferito e massacrato e impegnata a rappresentare e a denunciare il malessere per un mondo in disfacimento: Ndarghe drio ai ultimi bòt de campane / rento paeśi che no se cognose // pì, l’é rumegar scoazhe de na lengua / incantada che la é drio far frazhun..
Al poeta non resta che prepararsi “una culla fra i frantumi / di un tempo che si è affrettato / a perdere pezzi // a mettermi in fuga / dentro un assoluto vuoto / per rintocchi e nodi attorti di buio”.

Negli anni e in questo ultimo libro Steffan ha confermato un uso consapevole dei metri e delle strofe e l’accortezza sempre viva alle sonorità e questa raccolta è un ottimo esempio di capacità espressiva, in una lingua veneta che mantiene vivissima e attuale la propria tradizione poetica.
Nelle sue poesie (in particolare in Sganga de ciel) – fa notare Anna Maria Curci: «la brama di azzurro ha un punto di vista, quello della finestra, che è quello di un limite – sposato con una parete, il muro – e che contiene, contraddizione e motore del procedere poetico, lo slancio alla “azzurritudine” di Trakl e la percezione, chiara e dolorosa, della prigionia, dello scacco, dello smacco. Insieme all’azzurro, il bruno e l’ocra della terra di un quadro di Bosch salgono da una lingua posseduta fino all’ultimo confine, impastata di “sangue e di merlot”»
Una goccia di bene si apre con questa visione di una terra desolata in cui la protesta civile si affida a poche ed esatte parole in cui il poeta disconosce si disconosce dalla sua “gente senza fame” e si chiude con un treno carico di niente e di ombre: Inte i slarghi del paeśe, sote onbrìe / fiape de canpanìi, no son pì bòn / véderla, la me dhent zhenzha pì fan. // Sote i spióver dei cuèrt, sote chei ran / ragàdi da romor de cop e son / de sine, al trèn cargà de gnent e onbrìe.
Nel rispetto dello spazio concesso ad una recensione che deve assolvere innanzitutto al compito di invitare alla lettura del libro segnalo alcune poesie che mi hanno colpito e che ritengo significative.
Nella I parte Ansimi: “Di sonno” – Depressi / – chi imbottito di fumo / chi sfondato dall’alcol – / imbucati nel dislivello / di strade ormai estranee / scivolano giù dentro il buco / già fondo del loro sonno… // Senza più meraviglie / e con sogni da poco… / Di giorno… / Di notte… / Ansimando… // Imbucati nelle discontinuità / alienate del sonno… / I migliori cuori / della mia generazione.
Nella II parte Tagli – Nella poesia “Sfalti” Steffan facendo il contrappunto ai versi nostalgici di Pasolini in esergo: «E Tu Verzin Beada? Sint se bon / odour ch’al sofla dal nustri paìs» Steffan intona questo accorato controcanto: E Ti, Vergine Beata? Senti qua / che razha de spuzhata che la sùfia / su dai sfalti del paeśe, drio èrbe stonfe; / al freschin pazh de aquete de fosal // ner che ’l sa da pisozh e da qatrân / che sentìe, da tośat, a végner caśa / drio ’l zhei mal fat (de plàten smuzhigadi / e zhenzha pì canp) de la Pontebana.
Nella III parte Trobar clus, troviamo un poeta lirico e sognante in Slusent/Lucente” (Vorrei farti sdraiare / su un prato giallo di tarassaco / capriolare, bambini / che s’intrecciano le dita – che assaggiano / ed è sapore della prima volta), in Ciara de otobre/ Chiara d’ottobre (Odoro gli angoli del tuo amore profumato / cercando la levità della tua pelle, / liscia e lucente come foglia di gelso, / nel buio fitto del tuo chiarore sospeso), nella sorprendente ed erotica Palpar e cichetin/Palpare e bicchierino (Un colpetto sulla nuca. / Uno schizzetto in un occhio. / Uno slinguare di lingua. / Una stretta di guancia. // Un pizzicotto sui seni. / Una sbucciatura sul gomito. / Un ginocchio nel fango. / Pestoni sugli alluci. // Punture di tafano. / Un prurito di orticata. / Una graffiatura di un gatto. / Una trafittura di spino. // La voglia di dimenticarsi… / La smania di palparti… / Il bruciore di una grappa in gola / inghiottendo di gusto un bicchierino).
Nella IV parte Abbagli, tra le sconfortanti e disilluse poesie di questa sezione, scelgo De na lengua de proèrbi/Di una lingua di proverbi («I vecchi ci hanno mangiato i soldi e ci hanno lasciato / i proverbi, diceva mio nonno», dice / a me mio nonno adesso, con quel piglio / di quando imita qualcuno. // Ma poi mi accorgo che non c’è nessuno / che li sappia neanche più ripetere, / come i giovani che non sanno affilare la falce, / o un dio senza saette, arrugginito. // La lingua avara di questi proverbi qua / si fa più in là, scivola giù / dai suoi rialzi nel buco oscuro del suo niente. // C’è chi dice: «È andata così e fine! / Oggi è diverso, non c’è bisogno / neanche più delle preghiere, neanche degli dèi»).
Delle sezioni V (Frantumi) e VI (Trobar leu) ho già detto in avvio, tuttavia mi ha molto colpito Sganga de ciel/Brama del cielo-XXV: Mi chiamano tre piccoli angeli – / con trombe da giudizio universale / – voci che provengono dal fieno / giù nel Vallone rimasto là abbandonato // Quando una brama di cielo – / che mi ribolle dentro il midollo / – mi prende nel mentre / che la notte si scurisce e il cuore è freddo.
Grazie Paolo Steffan che hai saputo accrescere il tuo bagaglio poetico regalandoci una poesia civile di grande rigore, efficace e senza sbandamenti retorici nella denuncia di un pezzo di paesaggio italiano sempre più martoriato e desertificato.
Concludo con un augurio che siamo soliti fare alle giovani generazioni laggiù nel Gargano che conosci ed ami: Crìsce sante! (cresci per bene!).