Una città-memoria

Recensione di Nicola Fiorentino alla raccolta di Ombretta Ciurnelli "La città del vento"

Vicoli affogati nel buio, un via vai di discese e di salite, le piazze che si aprono al sole, la città che scivola lenta sulla schiena di un colle… e un girotondo di montagne ad ammirarla.

È la città di Ombretta Ciurnelli. Poi ancora un fuggire di tegole, di campanili, di torri, di comignoli. E curre supra / ‘l vèrde di lichene / ‘l fiaton del tempo / nton rispir del vento. (E corre sopra il verde dei licheni l’affanno del tempo in un respiro del vento).

Le prime pagine. Ma ben presto la consistenza materica del paesaggio si alleggerisce fino ai confini del sogno (nebbia è un termine ricorrente) e tuttavia la scena vibra di luci, colori e suoni, ora vicini, riconoscibili, ora distanti e decisamente straniati.

Se tanta poesia è musica verbale, qui l’atto creativo si fa pittura: lieve, dai colori tenui ed inusitati, apertissima a soluzioni dinamiche per la realizzazione di effetti inconsueti, come accade, ad esempio, quando il vento scuote gli aghi dei grandi cedri e disegna in terra mulinelli impazziti, o come quando il sole, giocando malizioso con un rosone, fugge a sbriciolarsi in un affresco dove la nebbia dei giorni ha scolorito gli occhi di un santo vestito di rosso.

Una poesia, dunque, dalle aeree e policrome metamorfosi, con la magia di raffinati fonosimbolismi, di metonimie che fanno risaltare l’effetto mentre nascondono la causa. ’L rimore / del breccino / sott’i piede (Il rumore della ghiaia / sotto i piedi). O certe sineddochi, le quali, evidenziando un singolo particolare, caratterizzano icasticamente un intero oggetto. ‘N rimor cinino / mmezz’ai calcinacce / quil pigolà / de le sòre cappellone / na volta a curre / sempre nnamidate / le scale i curridoje le corsie… (Un piccolo rumore / tra i detriti / quel pigolare / delle suore dai grandi cappelli / un tempo a correre / sempre inamidate / le scale i corridoi le corsie…).

Ma nell’arte della Ciurnelli divenire e perduranza dialetticamente si rincorrono, s’intrecciano e si fondono: così fa il tempo che, sci-volando sulle pietre della città, in qualche modo le modifica, eppure ci assicura il conforto della memoria, culla della nostra identità umana. Con tutte le suggestioni che da un tale dato poetico possono discendere. Una delle tante: Nton muro antico / scolta ’n pisciacane / storie ntruschiate / de guerre nguastite / e ta ’l sol tonno / ’l su giallo ’i bagaja. (Su un muro antico / ascolta un ta-rassaco / storie intricate / di guerre impietose / e al sole tondo / gli grida il suo giallo).

Salvo qualche fuggevole accenno autobiografico, per il resto questa poesia è largamente impersonale: qui non si ha una lirica della memoria per ascoltare le vibrazioni dell’animo nel fascino della città, ma è la città-memoria che fa lirica di se stessa, con le sue malie, i suoi muti segreti, con le sue stagioni e la prosa della quotidianità. Sicché, in definitiva, è sempre la città la protagonista, anche quando l’autrice parla in prima persona: Specchiata ntna vetrina / alfin m’artrovo / amischiata ta tòrqule / e torcijóne an-siem ta l’ombra / de ’n portone antico (Specchiata in una vetrina / infine mi ritrovo / mescolata a ciambelle / e torciglioni insieme all’ombra / di un portone antico).

Per questo carattere, dunque, e per l’unità tematica che con le sue scansioni le dà forma, quest’opera supera la dimensione di una silloge poetica e andrebbe considerata perciò come un piccolo poema moderno.

Altro suo pregio è che le traduzioni in italiano, pur se scaturiscono dalla medesima ispirazione dell’originale in lingua perugina, hanno una loro precipua e nobile individualità poetica. Il che non guasta affatto.

Nicola Fiorentino

Ombretta Ciurnelli (nella foto), La città del vento – Poesie in lingua perugina, Roma, Edizioni Cofine, 2013.

24 giugno 2013