Tango di Luciano Prandini

Presentazione di Pietro Civitareale

 

È stata pubblicata da Rossopietra nel 2020, Tango, la seconda raccolta poetica di Luciano Prandini nel dialetto di Concordia (MO). Un dialetto, come dice Milena Nicolini, che “è in lui cellula fisica del sentire, vedere, pensare, non gli è posticcio e non lo sceglie come variante linguistica o esibizione intellettuale modaiola. Il suo dialetto ci arriva con tutta la forza sensuale che gli compete, portatore di una natura, di un mondo di cui non è solo limitrofo, adiacente, ma fisicamente, matericamente suo prodotto-frutto, suo testimone-impollinatore, suo esploratore odisséo”. Questa lingua di origine è il suo imprinting, come egli stesso dichiara nella sua precedente pubblicazione (Fulet, Folletti), la freccia dell’arco della sua giovinezza, connaturata alla realtà della natura, scagliata nel divenire del mondo”.

Luciano Prandini. Nato a Concordia (MO) nel 1944, vive e opera a Castelfranco Emilia (MO), come scrittore, presidente del Circolo Letterario Rossopietra e direttore della casa editrice ROSSOPIETRA. Tra le sue pubblicazioni: in poesia: Armonia di Conflitti (Tracce, 1988), Acque Occidentali (NCE, 1992), Il sommesso viaggiatore (Incontri Editrice, 2008), Fulet/ Folletti (Rossopietra, 2012); audiovisivi con testo poetico: Nel rombo del silenzio, Lassù nell’alto Appennino, La mia Costa Rica, La fabbrica della tradizione, Universo Uomo, Sculture nell’aia (tutti editi da Rossopietra); narrativa: Rosso di sera, romanzo (Incontri Editrice, Sassuolo 2009; ragazzi: Nel paese di qui qua, filastrocche illustrate (Libreria del Corso Editore, 2006), La luna innamorata, filastrocche illustrate (Rossopietra, 2010); Il lupo è ritornato, DVD di filastrocche illustrate, musicate e cantate (Rossopietra 2020); satira: Poetrisus (Rossopietra, 2010), Svaccabolario (Rossopietra, 2013), Fumus Persecutionis (Rossopietra, 2020)

Tango (in copertina: “Fuego”, acquerello di Lella Bolelli), è introdotta da una illuminante e acuta presentazione di Pietro Civitareale che qui riproponiamo.

 

L’io e la realtà nella poesia di Luciano Prandini

Di fronte a una lingua nazionale sempre più pervasa da lessemi impropri, da neologismi allogeni e alloglotti, la scrittura in dialetto acquista sempre più la funzione di uno strumento di recupero della propria identità antropologica e della propria integrità culturale e sentimentale, ma con il rischio di introdurvi oggetti di osservazione, descrizione e riflessione che ne sono fuori, di sottrarre cioè lo stesso dialetto a una valenza orale-aurale che gli è propria, a delle proprietà fonologiche ed espressive che gli appartengono da sempre.

Non è il caso di Luciano Prandini la cui scrittura dialettale si realizza sempre nell’ambito di un rispetto assoluto delle sue connotazioni formali e contenutistiche, delle sue intrinseche caratteristiche comunicative. Lo aiuta e lo definisce, nel rispetto e nel mantenimento di questa fedeltà a se stesso ed alle proprie radici etniche, un plafond tematico che nasce e vive nell’ambito della sua stessa parlata municipale: il paesaggio, gli affetti familiari, i luoghi, gli eventi e i personaggi della quotidianità, le consuetudini nate e consolidatesi nell’ambito comunitario, in un ambito delimitato, sì, dallo stesso linguaggio utilizzato, ma non meno ricco e pregnante di valori sentimentali e riflessivi; un plafond tematico, in ogni caso, in cui predomina la nostalgia di un mondo perduto, travolto dalle asprezze di una società tecnologizzata e sempre più lontana da un sentimento umanistico.

In un tale ambito, dove ogni sovrastruttura colta è presente solo nell’ambito di una compostezza classica, e mai fuori dalle righe di una tradizione letteraria riconosciuta, l’evocazione poetica, sia sotto l’aspetto sintattico che figurativo, ha una maggiore possibilità di affermarsi, fino ad acquistare perspicuità e movenze di una netta incisività e di una cristallina limpidezza, in obbedienza a una versificazione estremamente agile, iposegmentale con rime al mezzo in cui l’iterazione verbale acquista non di rado una funzione imperativa più che esortativa.

Si legga, ad esempio, la lirica Pinsér alsér (Pensieri leggeri), dove ci sembra che l’integrità del dialetto, sia sotto l’aspetto culturale che della sua specificità ideologica e timbrica, costituisca il confine invalicabile della sua ricerca semantica e comunicativa. Facendo ricorso a un lirismo suggestivo ed efficace, il poeta ci offre un quadro descrittivo di luoghi, sensazioni e sentimenti, affrontati sempre con un certo fervore, che riscatta il dettato poetico da un livello linguisticamente comune e conferendo a esso una espressività rilevata e fortemente personale assieme a una obbiettività contemplante e costruente, quasi che essa stabilisse una continuità nominale archetipica.

In una tale prospettiva, il paesaggio acquista le sembianze e il valore di uno scenario privilegiato, fonte, occasione e strumento di riflessione sui fatti e gli aspetti cruciali dell’esistenza, in nome di una centralità dell’io, protagonista assoluto sulla scena del mondo sia nelle vesti del fanciullo, che sta aprendo gli occhi sulla commedia della vita, che in quelle dell’uomo che ha ormai acquisito una incontestabile consapevolezza del dinamismo ontologico della realtà. Tuttavia la sua non è mai una visione distaccata e fredda, da incallito osservatore di una fenomenologia che si ripete senza soluzione di continuità, ma di una visione coinvolgente da un punto di vista emotivo ed etico, dove riaffiora con continuità il Prandini ironico, satirico ed epigrammatico, nei termini di una fedeltà alla propria natura di uomo nato e cresciuto a contatto con gli altri e in un ambiente comunitario e naturalistico in cui si riconosce pienamente.

Ciò non significa, tuttavia, che nella poesia di Prandini esistano soltanto abbandono e obbedienza alle cose, distensione e contemplazione elegiaca, vis ironica o meramente umoristica; vi è anche un atteggiamento reattivo, di rammarico e perfino di condanna, un insegnamento morale. La sua è, infatti, un’esperienza poetica che non si arresta alle formule della poesia lirica, del cantabile senz’altro, ma tende a indicare lo scavo delle ragioni interiori, attraverso la corrispondenza delle cose, degli eventi della storia, sia pure di una storia personale, attraverso la scelta, nella realtà oggettiva, dei correlativi metaforici e allegorici dei dati morali e sentimentali, stabilendo la forma e le dimensioni delle epifanie interiori per mezzo delle cose, del rapporto con la realtà, nei modi di una confessione intesa come monologo rivelativo, oggettivato nella estrema soggettività dell’io, sempre assunto come tramite del discorso, personaggio non muto, non impassibile, ma coinvolto nelle vicende umane fino in fondo.

Sotto tale aspetto, quello di Prandini è un annotare e ribadire insistito, quasi una volontà di farsi personaggio e vicenda, utilizzando determinati strumenti stilistici e figurativi, dal lirico soggettivo all’oggettivismo naturalistico, nell’ambito di una “passione”, si potrebbe dire, rilevata di situazioni concrete, anche a costo di correre il rischio della ripetizione tematica, fino a forme di iterazione tese a marcare l’urgenza, l’immediatezza e la centralità di certe convinzioni, delle proprie convinzioni.

Occupandoci della sua precedente raccolta di versi in dialetto (Fulét del 2012), abbiamo scritto che la sua poesia si offre come una forma di assunzione del reale per corrispondenze archetipiche, cosa che riconferma il valore della memoria come soccorso alla riflessione, mentre gli aspetti fenomenologici non soltanto designano una spontanea soluzione delle perplessità sulle quali il poeta indugia, ma indica anche la presenza di un’oggettività, che è solamente della realtà delle cose, dalla quale desume lo stesso linguaggio. La medesima cosa si riscontra nella presente raccolta; e non si tratta ovviamente di una coincidenza, ma di un indice di coerenza stilistica e ideologica che è la carta di identità di una maturità poetica indiscutibile, nella quale l’oggetto-parola sembra puntare sulla propria determinazione semantica, come dimostrazione di una sensibilità più morale che formale, più tematica che linguistica, nel senso che la realtà evocata assume un rilievo sempre più evidente, sia da un punto di vista sostanziale che etico.

Come il lettore può constatare, la raccolta si chiude con quattro testi poetici in ottave, composti, come ha dichiarato lo stesso autore, per “fare il verso” all’amico Emilio Rentocchini, che ha scritto varie sillogi poetiche in dialetto utilizzando, appunto, l’ottava. In questi tre testi, leggibili sotto il titolo di Ottavine, Prandini rivela non solo le sue virtualità mimetiche, ma mostra anche di possedere potenzialità strumentali notevoli, indice di una innegabile capacità inventiva e operativa.

Luciano Prandini, Tango. Presentazione di Pietro Civitareale, Rossopietra, 2020

 

Pietro Civitareale