Taccuino della cura di Sonia Caporossi

Recensione di Anna Maria Curci

 

perché i poeti son microcitemici

col gene malnato, col verso talassemico

e a riprodursi, guai! si rischia l’anemia

il {vuoto} coronarico, il verso smunto, esangue

l’allegra baldanza del niente

 

Un novenario, «l’allegra baldanza del niente», segnala e manifesta una delle apparizioni, peraltro ricorrenti nel Taccuino della cura di Sonia Caporossi, di ciò che viene creato dai poeti. Qui si palesano come marchiati da malattie ematiche, frequenti alle nostre latitudini. Il passaggio dal sangue malato del patrimonio genetico al «verso smunto» è talmente rapido da imporsi perfino come ‘naturale’. Ma quale rapporto c’è tra morbo e poesia? La domanda, apparentemente semplice, schiude in realtà un insieme ampio, discontinuo e composito, «impuro», per menzionare un aggettivo fondante nella poetica e nella critica di Sonia Caporossi.

Occorrerà partire allora dall’epigrafe scelta, una citazione dall’opera del poeta romantico tedesco Novalis e che in italiano suona «La poesia guarisce le ferite inferte dall’intelletto». I poeti si confrontano – nel loro essere viandanti, nel perenne peregrinare o, molto più prosaicamente e prendendo a testimone una delle denominazioni iniziali («noi {poeti}/ villeggianti di opinioni»), «villeggianti», appunto – sia con la piaga aperta della malattia, sia con un prodigio di guarigione, non scevro, tuttavia, da salti, interruzioni, contaminazioni. Tutto questo amplifica le polisemie e l’intenzionale carattere plurivoco di ogni elemento nella costruzione del verso, di ogni voce ricorrente, a partire dal termine «cura», che nel titolo appare come complemento di specificazione di un Taccuino che arriva come parte conclusiva di una trilogia, iniziata con Taccuino dell’urlo e proseguita con Taccuino della madre. Se è vero che la cura è nei confronti di una «lei», diversa dal lui ferito da una storia naufragata di Taccuino dell’urlo e altrettanto diversa dalla madre dell’omonimo Taccuino; se è vero che essa si palesa così: «è questo il giorno del suo prendersi cura/ esiste solo lei e nessun altro importa», è vero altresì che la prospettiva adottata è talmente personale da far includere anche l’interpretazione di “anima” per «lei» e che, ancora una volta, contesti e aspetti si fanno via via più complessi, aprendo le porte ad altre accezioni, meno tranquillizzanti e più kafkiane (nel senso della Sorge, cura, cruccio, assillo, preoccupazione del «padre di famiglia» dinanzi all’inconoscibile, al misterioso, al perturbante Odradek).

Scorrendo i versi, si dipanano i sentieri aperti e i “sentieri interrotti” (Holzwege), i motivi conduttori e i filoni sotterranei. Scorrendo i XXVI componimenti preceduti da un inizio e una fine, si scorge perfino la versione originaria, Urtext, della raccolta, vale a dire una via crucis sviluppata in stazioni. Strade, viali, angoli, immersioni del poiein che cerca risanamento dall’intelletto si dispiegano in metri vari della tradizione italiana, come anche nei ribelli ottonari, nel plurilinguismo, nel ricorso disinvolto a linguaggi settoriali (della matematica in particolare, ma non soltanto), nel vertiginoso passaggio di registro da alto a basso e viceversa senza soluzione di continuità, nel tessuto fitto, dal centone alla citazione nascosta, dei rimandi intertestuali. Prima ancora di Novalis, c’è Hölderlin e, molto prima di entrambi, il pensiero medievale e quello antico mediato dal pensiero medievale nell’universo dantesco. Non manca, tuttavia, Faust, nell’elenco dei saperi, declinato con la sfiduciata constatazione della loro inutilità nella prima scena della prima parte dell’opera di Goethe, di cui appare, affiancato dall’appassionato rifacimento foscoliano nell’Ortis, Werther e la sua ribellione, Werther e la sua solitudine, Werther e il suo dolore. «:: Dolore e maniera su carta ::» (XVIII): non strazia di meno, se è su carta, non annega più dolcemente, il riflusso di quel dolore, con conseguenze più attenuate, se annega nella musica di Klaus Schulze. La dimensione metalinguistica, così come la dimensione metaletteraria e quella metacognitiva, cornici e, allo stesso tempo, ulteriori frontiere dell’opera tutta di Sonia Caporossi, non sono concepite come sinecura dallo strazio, giacché la ferita inferta «dall’intelletto», dalla tracotanza, dall’illusione prevaricata dalla delusione, dall’equivoco, dalla richiesta-ricerca sbeffeggiata, “quella” ferita, non smette di pulsare e di trasformarsi in piaga. Quelle dimensioni sono invece impalcature e referenziali di un’attività onirica incessante e che incessantemente aspira all’espressione e alla comunicazione. È qui che la poesia si fa strada e, se non guarisce, almeno prova a farlo, senza stancarsi.

Sonia Caporossi, Taccuino della cura. Prefazione di Francesca Del Moro. Postfazione di Antonio Francesco Perozzi, Terra d’ulivi Edizioni 2021