Straloche, Traslochi di Vincenzo Luciani

Recensione di Maria Pia Santangeli

L’ironia del titolo dell’ultima fatica poetica di Vincenzo Luciani. Straloche, Traslochi fa in qualche modo  da contrappeso alla  musicalità malinconica che accompagna il lettore in ogni pagina. Par di vedere Luciani sorridere di un sorriso simile a quello della Gioconda o a quello dell’etrusco Apollo di Veio.  Sorrisi entrambi enigmatici, errabondi di chi ha dimestichezza con i misteriosi labirinti della vita e tenta una confidenza con  quell’aldilà che il poeta chiama il cammino noto – ignoto

 

...che piangendo (o preferirei ridendo)

 io quel cammino prenderò noto, e tuttavia ignorato-

ignoto…

 

Infatti i traslochi  a cui si riferisce il poeta  sono due, simili e differenti al tempo stesso: il primo è quello da una casa all’altra, da un luogo all’altro, la casa

 

più piccola, più /  acconcia ad un passo / che si fa breve

 

è la vista che muta dalle finestre, è l’allontanamento  dagli amici del quartiere che si tradiscono per nuove amicizie. Così scrive Luciani, tale gli pare l’abbandono, un tradimento, mentre altrove scriverà uno strappo della carne.

 L’altro trasloco, oso dire fondamentale, è quello definitivo, l’ultimo che mai il poeta nomina con il suo vero nome – solo una volta – usa il verbo merì, in dialetto del poeta Lino Angiuli di Valenzano (BA), che del primo trasloco possiede una profonda analogia: anche qui si lasciano persone care e luoghi consueti che però il poeta sente già estranei. I luoghi della sua vita, le terre dove ha camminato a lungo: Ischitella, Valfenera, Torino.

 

Ma che ci faccio io a Torino

che non conosco e riconosco più nessuno?

….

Cammino per Valfenera

diventata terra straniera…

 

e poi sarei io solo a camminare

 coi miei pensieri

senza nessuno a cui dire

“ Guarda quella collina, quel prato,

quel campo di meliga alta

 e quella casa, quella nuvola a vela…

 

Al pensiero del trasloco definitivo vengono in aiuto i volti degli amici che quell’ultima porta hanno già varcato

 

A une a une ce ne vanne

a n’ata vanne. Chi u sape

se e ddone…

 

Tanti i nomi che in qualche modo possono suonare come tristi rintocchi di campane, ma l’affetto, la familiarità con cui vengono richiamati sulla pagina non rattrista. È la comunione di affetti che salva. 

 Nel ripercorrere gli anni con gli amici dell’età matura, torna prepotente il ricordo dell’infanzia ad Ischitella e il dialetto ischitellano,

 

 la lingua del padre e della madre.

Quella che non mente.

 Che mi soccorre sempre quando è buio.

 

Ed ecco le poesie dell’ultima parte, tutte di struggente espressività poetica, anche a chi, come me, fa fatica a comprendere il dialetto. Che, come tutti i dialetti, ha una voce musicale unica, irripetibile. Non si possono non citare almeno alcune delle poesie ischitellane: Madonne ohi madonne, la paura del buio  della notte abitato dal paponne, I cavadducce de cartone, due cavallucci bianchi di cartone che si sporcano e poi, lavati si afflosciano, U harzone che strilla per le strade la mercanzia del padrone, Acqua de sole, una dolcissima ninna nanna, piena della presenza della bocca che simile ad un tiepido vento soffia, canta, Sope un traine de papanonne Vengenze, l’allegro viaggio sul carro del nonno che porta i nipoti al mare. Una nostalgia sana, serena che porta indietro nel tempo e fa rivivere momenti e situazioni scomparsi. 

 

Oggi ne parlo a te,

 figlio, che ignori quel rito pagano

 di  un bimbo che i raspi pesta danzando

e li tramuta

in nero mosto gaudioso

 

Eppure, nonostante lo struggimento dei ricordi, il senso d’estraneità in un mondo diverso, i tanti volti scomparsi, Vincenzo Luciani, nella sicurezza che neppure Dio potrà riprendere / i momenti felici: lei che ride…, ha ancora voglia di abbracciare e di farsi abbracciare dalla vita, e di sbagliare di nuovo

 

 ma, per favore, sempre

 errori nuovi.

Inediti

 

Una conclusione – non è alla fine del libro, ma tale mi piace considerare –  che riscatta almeno in parte ogni malinconia, ritornando all’ironia del titolo, al sorriso della Gioconda, in un perfetto cammino circolare come a volte è la vita.

 

Vincenzo Luciani, Straloche/Traslochi, Edizioni Cofine, Roma 2017

 

Maria Pia Santangeli

 

Pubblicato il 2 ottobre 2018