Se ti la vardi contro luse di Fabia Ghenzovich 

Recensione di Nelvia Di Monte

Venezia non è solo il nome di una città: è un’eco mai sopita di suggestioni, l’immagine di una realtà duplicata nei suoi riflessi, lo snodarsi di un presente proiettato su antichi fondali. Luce e movimento sono gli elementi che la caratterizzano anche nella poesia di Fabia Ghenzovich, che a Venezia vive, percorre vie e calli, osserva angoli e persone, usa il suo dialetto così morbido e duttile nell’assecondare l’esperienza di quanto vi accade, nitido allo sguardo ma già pronto a scomparire in una dolce evanescenza. Nella prefazione Francesco Sassetto sottolinea “il fortissimo senso di attaccamento, di appartenenza a un ambiente e alle sue vicende passate e presenti” e come il segno più evidente sia “proprio l’adozione del veneziano, utilizzato in cadenze vivaci e incisive che ne fanno una cifra espressiva potente nella sua  immediatezza e autenticità di lingua originaria”. Il testo iniziale, in lingua, delinea il percorso seguito: «Un chiacchiericcio continuo / di onde si fonde con la cantilena / del dialetto col borbottio dei passi / ma senza fretta sosta / fin dentro ai meandri della bellezza / una pace tersa che non ha tempo».

La città, con piazze e campielli, canali e acque lagunari, diviene spesso una specie di teatro dove le persone mutano in personaggi: i suoi abitanti mascherati a carnevale, i bambini che giocano, i turisti che si perdono negli incroci, le «carampane», nome storico di allegre donnine quasi emerse da settecentesche commedie, o la ben più tragica «catanegài», ancestrale figura di donna a cui ci si rivolgeva affinché ritrovasse i morti per acqua «de novo catài / dal scuro fin a la luse // de un nome pronunzià – la luse // la tanta luse dei oci / de le mame» (di nuovo portati / dal buio fino alla luce // di un nome pronunciato – la luce // la tanta luce degli occhi / delle madri). Ivan Crico, nell’interessante postfazione, evidenzia come “anche nei più minuti episodi di cronaca o nelle figure popolari descritte in modo più diretto, sembra spalancarsi tra i versi un abisso acquatico e atemporale che li sottrae a questo mondo effimero, transitorio, per proiettarli in una dimensione universale.”

Gioia e tristezza si intrecciano continuamente e alla leggerezza a volte frivola di alcuni comportamenti umani si affianca la consapevolezza di un fondo pesante e oscuro di «Aqua / smarsìa, infossada, tòrbia la mente» (Acqua / marcescente, infossata, intorbida la mente), di un tempo che non è solo un andante con brio in una città di sogno, ma interseca anche passi ripetuti nel vuoto della solitudine o avverte la «nostalgia di un prato», forse un punto fermo nei cangianti riflessi sull’acqua, nei ricami di luce sui marmi. Nella pienezza luminosa si percepisce un «profumo d’assenza», l’ineluttabile presenza della fine. Esorcizzata maschera di carnevale, la morte appare «truccata in atto regale / come una regina in posa / teatrale»: è lei che permea la realtà, corrode l’esistenza di ciascuno e di ogni cosa, dei tanti che se ne sono andati, dei mattoni sgretolati delle case. Ma la poesia sa scovare ciò che resta, come la scritta nascosta sotto le foglie di un cespuglio di rose sopra un vecchio muro, «segni / ’ncora se lese de gesso sbiavii: // sempre co’ ti sempre Nina» (segni / ancora si leggono di gesso sbiaditi: // sempre con te sempre Nina). Il dialetto sa evocare nomi,  captare suoni reali e metaforici silenzi, le voci della vita. Nell’ultima poesia (in italiano, ma conclusa da una strofa in veneziano), l’Effimera statuina del titolo è la personificazione di una città ormai ridotta in una bolla di vetro, souvenir per turisti. Sepolto da tanto ciarpame, è difficile sentire emergere dai fondali, da strati di silenzio, quel «cuor de pièra pien de sal / su masegni veci, fruài / dal passo, bagnài de siroco, / lustrài dal maestràl…» (cuore di pietra pieno di sale / su pietre vecchie, consumate / dal passo, bagnate dallo scirocco, / lustrate dal maestrale…). I testi di Fabia Ghenzovich mostrano che la poesia quel cuore sa udirlo ancora.

 Fabia Ghenzovich,  Se ti la vardi contro luse, Supernova Edizioni, Venezia 2018

Nelvia Di Monte

 

Pubblicato il 10 dicembre 2018