A uno scrigno è solitamente affidato il compito di serbare la memoria di esperienze di incontri, di legami, attraverso fotografie, fogli di carta, oggetti di dimensioni contenute, gioielli, che racchiudono in sé, per volontà e gesto amorevole di chi li ha raccolti, piccoli ma significativi universi. Una volta dischiuso, lo scrigno sa sprigionare un repertorio multicolore di immagini e di percezioni.
Scrigno, il volume di poesie recentemente pubblicato da Rosaria Di Donato, possiede tutte le qualità di un cofanetto tanto prezioso quanto accuratamente colmato, riempito, nel tempo, di sentimenti e di esperienze.
Anche i titoli delle quattro sezioni in cui è articolato, visioni, chiaroscuri, miniature, tracce, sembrano dar giusto risalto e ragionevole consistenza alla metafora dello scrigno.
Le visioni della prima sezione racchiudono e, alla lettura, schiudono, immagini di fiori e piante (il fiore di melo, camelia, il fiore di loto, l’ulivo secolare), che si allargano poi a comprendere paesaggi naturali densi di significato (il silenzio tra cielo e mare, l’universo), tanto da imprimere carattere e sostanza ai moti dell’anima.
La natura è animata, conserva ricordi e li sa sprigionare: nelle sue manifestazioni animali, essa cela e poi rivela somiglianze con gli umani anche nei risvolti drammatici di vicende storiche (come rondini e las mariposas, quest’ultima poesia sulle vicende delle sorelle dominicane Mirabal, vittime, il 25 novembre 1960, in quanto dissidenti, del regime di Trujillo: «volevano essere farfalle/ le sorelle mirabal/ la dissidenza/ ha dato loro le ali», p. 47).
I colori che si trovano in natura si caricano di valenze simboliche, come avviene in rosso e nero, e si legano a qualità e virtù umane. È questo il caso di tenacia, poesia nella quale è l’io poetico a prendere la parola: «con fine pennello/ sfumerò i colori/ finché l’uno nell’altro si fondano/ in brillii d’azzurro» (p. 36).
Che l’io poetico non solo non voglia recidere, ma, al contrario, che intenda rafforzare il legame con le manifestazioni naturali, è affermato con chiarezza, senza lasciare ombra di dubbio, in autoritratto, testo composto da una terzina che recita così: «sono nata in un angolo di cielo/ dove il vento rincorre nuvole/ e spazza via la tristezza» (p. 33)
Sulla officina del testo poetico è di nuovo l’io a esprimersi e a ribadire il legame tra versificazione e mondo interiore: «quel che sulla pagina compare/ riflette il mondo mio interiore» (in scintilla celeste, p. 40). Sarà allora chi legge ad attivare una disposizione all’accoglienza, alla percezione, che gli richiede di farsi bimbo «perso in giochi di luce e di colore» (il passaggio è tratto sempre da scintilla celeste).
L’incontro con il sacro, preghiera, invocazione, insegnamento, è un appuntamento al quale la poesia di Rosaria Di Donato non trascura mai di essere presente; anche nel volume Scrigno ci si imbatte in due componimenti in devota meditazione e in armonia con i volumi precedenti: preghiera a san michele e giuseppe.
La devozione è collegata intimamente alla nozione di cammino, di pellegrinaggio permanente, qui immersa nei passaggi abruzzesi dei tratturi e della transumanza. A quest’ultima è dedicata la poesia omonima, che si legge alle pagine 62 e 63 del volume, transumanza. Come avveniva per le greggi che dall’Abruzzo, passando per il Molise, si recavano in Puglia, qui l’io poetico conduce «in cerca d’un tratturo antico» il gregge dei propri sogni. Nelle strofe – prevalentemente quartine, introdotte e concluse da terzine (la prima e l’ultima), mentre l’unica strofa di cinque versi è in posizione quasi centrale – si avverte la consonanza tra paesaggio esteriore e moto interiore: «migrare necessità interiore/ transito della parola varco/ sapore dell’erba/ chiarore degli astri». Dall’io il percorso poetico, la visione sprigionata dallo “scrigno” si estende a Agitu Ideo Gudeta, la donna etiope che in Italia si era distinta per la sua idea di “allevamento felice”: «meraviglia/agitu ideu gudeta/ guida le sue caprette lietafelice». Il ricordo commosso dell’imprenditrice etiope, uccisa nel 2020, si collega in transumanza con la prospettiva di un eden «che accomuna le genti».
La seconda sezione, che si apre con la poesia Eco di Federico Garcia Lorca, allude, con il suo titolo chiaroscuri, all’interessante duetto tra le lingue spagnola e italiana, nelle quali Rosaria Di Donato presenta i tre componimenti canto nuevo/ nuovo canto, nada más/ niente più e escribir/ scrivere.
La terza sezione, miniature, comprende alcuni haiku. Il componimento di p. 88 ne è un esempio significativo: «onde nel mare/ si rincorrono sogni/ schiuma conchiglie».
La quarta sezione, tracce, presenta anch’essa alcuni testi in versione bilingue. Stavolta, accanto all’italiano, c’è il dialetto romanesco, introdotto a mo’ di esergo dalla poesia di Mario dell’Arco Versi su una foja. Tra i componimenti in dialetto proposti da Rosaria Di Donato compare proprio quello che dà il titolo all’intera raccolta, scrigno, reso in romanesco come stuccio: «le notti che nun dormo/ apro ‘no stuccio/ de lucciche e parole» (p. 94). La versione italiana di questo incipit mostra in maniera esemplare alcune caratteristiche della scrittura di Rosaria Di Donato, che contempla il ricorso frequente all’anastrofe; essa indica inoltre, qui, come peraltro avviene con molte voci poetiche, che l’autotraduzione è un procedimento creativo meritevole di attenzione: «le notti nsonni/ uno scrigno dischiudo/ di lucciole e parole» (p. 95).
Indubbiamente dallo scrigno di Rosaria Di Donato, arricchito dalle fotografie dello zio dell’autrice, Nino Di Pomponio, e del suo archivio privato, emerge poesia, come narra la chiusa di questo componimento eponimo, che apre la quarta e ultima sezione del volume: «è la poesia/ che uscita dallo scrigno s’innamora dei sogni// culla le anime inquiete/».
Rosaria Di Donato, Scrigno. Prefazione di Lucianna Argentino, postfazione di Marzia Alunni. Editing, impaginazione e copertina di Valeria Girardi, Torrazza Piemonte 2025
Anna Maria Curci