***
Dici addio con il fazzoletto
dietro alla finestra: fuori è primavera
in un pomeriggio acceso.
Dici addio ai nomi
richiamando a memoria i pezzi
del corpo e della siepe tagliati
dalle nuvole sopra gli occhiali.
Sdraiata in mezzo ai prati
o sul divano in attesa di un miracolo
giuri all’erba soffice il chiasso
dei petali mentre l’infermiera guida
l’orchestra con la bacchetta
e le favole di Fedro.
Per questo dovrei benedire la montagna
la cima luminosa, il suo profilo,
anche la tua partenza
senza spiegarti cosa conta veramente
se il soprassalto in gola
o il formicolio della mano.
***
Oggi le ho detto: Benedici il Signore
anima mia!
L’ho vista coprirsi le orecchie
buttarsi all’indietro sulla poltrona
cancellare tutto con la mano bianca
cadere nelle spalle come una bomba
sui muri.
Se avesse versato lacrime
avrei ingoiato il mare
anche le ombre delle occhiaie
i suoi ottantasette anni e più.
Invece
stende il braccio per superare il vetro l
a voglia di dire al mondo:
Portami a casa, qui non ci voglio stare.
Sbattono porte chiuse
si vede lo spigolo del tavolo
poggiarsi a terra:
Scappiamo finché siamo in tempo.
***
Sono qui di nuovo nella terra straniera
prego la tua scomparsa sorridente
e di luce.
Sono la figlia del vero
per questo non vado via.
Tra te e me si dispera il giorno
all’imbrunire anche la benedizione
ha fretta di spazientirsi.
Ti lamenti e mi fa male il cuore.
***
Adesso la tua forma è una sfera
straziante, un metallo esploso, una mina.
Vengo a trovarti e ti chiedo se hai mangiato
faccio collegamenti tra mente e cuore
comincio a togliermi di dosso bambini,
bambole e figli, spalmo sul viso
la tristezza per tremare ogni mutilazione
contro natura mentre guardo
il mostro infinito attorno alle mascelle.
***
Con te ho in comune un vecchio dolore
un giorno iniziale racchiuso nel punto
cucito sul telaio a erba e a giorno
un momento lungo tutta la vita
in cui non eri casa né latte ma albero
spoglio e scolorito. Nessuna luna è stata
purgatorio se sciatta come te striava
fiamme tonde sul terreno e sul ricamo
ho pianto tanto per sciogliere il gelo.
Per cosa? Senza sentimento umano
sei stata luce incerta, il brivido plurale
adesso mi guardi in cerca dell’amore
primitivo. Fingo un suono melodioso,
possibile. Compongo l’apparenza
di un abbraccio a doppio fondo mentre
da dietro mia figlia è la chiarezza ritornata.
[…] E ancora. Una poesia riflessiva, la sua, un monologo non egocentrico ma proiettato nell’altro, la madre come metafora della continua creazione dentro il pericolo di perdere o dissolversi di tutto un mondo che è anche l’esaurirsi di una cultura insieme alla richiesta di un altrove ancora tutto da trovare, in una struttura di fondo poematica che gli permette uno sguardo fermo sulla realtà. […] Dalla postfazione di Piero Marelli
Quasi madre di Rita Pacilio – Pequod Collana Rive 2022
Rita Pacilio (Benevento, 1963) è poeta e scrittrice. Sociologa di formazione e mediatrice familiare di professione, da oltre un ventennio si occupa di poesia, musica, letteratura per l’infanzia, saggistica e critica letteraria. Direttrice del marchio Editoriale RPlibri è Presidente dell’Associazione Arte e Saperi. È stata tradotta in nove lingue. Sue recenti pubblicazioni: Gli imperfetti sono gente bizzarra, Quel grido raggrumato, Il suono per obbedienza, Prima di andare, La principessa con i baffi, L’amore casomai, La venatura della viola, Cosa rimane, Pretesti danteschi per riflettere di sociologia, Quasi madre.