Sandro Di Bernardo: Ancora chiddi (Ancora quelli)

Nota di Cettina Caliò

In dialetto dell’area messinese (Messina è il capoluogo peloritano di Sicilia, Zancle – Falce – per i Siculi che la fondarono) e con voce sabbiosa, Ancora chiddi (Ancora quelli) di Sandro Di Bernardo è il mondo contenuto in una canzone. Un mondo di attese, desideri e azzurro di mare. Il cantautore taorminese  ci racconta, cantandolo, quello che non smette mai di essere e lo fa con una vividezza di immagini che si portano dentro una malinconica nostalgia e il bisogno di trattenere quello che è stato.

Un saggio insegnante taorminese ebbe a ringraziare un affezionato allievo (con il quale ricordava episodi del passato scolastico) dicendo: “Grazie, per avermi ricordato che certi momenti non sono mai trascorsi”. Ecco, è questo tipo di saggezza e di bellezza che Di Bernardo vuole far passare attraverso le sue parole cantate nella lingua della passione e del dolore. Siamo tutti un poco sconfitti dalla vita, ma fra gli sconfitti ci sono anche quelli consapevoli che tentano di dare un senso a ciò che resta. “Quello che non ti distrugge, ti rende più forte”, sostiene Nietzsche, in Sicilia si suole dire: “Quello che non ci distrugge, ce la suca” (Semu ancora chiddi ca na putiti sucari).

Nota: Il Luigi citato nel testo (come compagno d’avventure e metafora di cortili e sogni per ognuno di noi) è Luigi Terranova, 52 anni, rocker e membro della band Kristal Dream, recentemente scomparso. Chitarrista di talento e uomo di rara bellezza. “È morto di rock ‘n roll”, dice Di Bernardo.

 

 

Ancora chiddi

 

Di picciriddi jeumu ppi vaneddi

da baccunata da chiazza si vidia Schisò e u lungumari

e quantu erunu luntani i luci e i furisteri…

e quanti cosi ca aviumu a fari

e quanti cosi ca aviumu a fari…

 

e ddi maglietti sudati ppi pattiti di palluni

me patri ‘ssittatu o bar cu l’amici e u junnali

u junnali u lassaru dda

e cu sapi ora unni su ‘ssittati

e cu sapi ora unni su ‘ssittati

 

l’uttimi cinqu minuti sutta a chiesa

ni videmu dumani davanti a scola

non ti scantari si non sai nenti

non sacciu nenti mancu jo

non sacciu nenti mancu jo

 

si pensu a quanti cosi ci vulia diri

a dda carusa o terzu bancu dedda comu u suli

non mi ricoddu mancu comu si chiamava

avia i capiddi comu l’oru e l’occhi comu u mari

i capiddi comu l’oru e l’occhi comu u mari…

 

vaddu a genti ‘nta strata ma non canusciu cchiù a nuddu

cu pattiu, cu tunnau e quanti si pidderu

cu si vinniu a facci e u culu ppi 50 liri

quaccunu è vivu e coccatunu no

quaccunu è vivu e coccatunu no

 

ogni tantu m’affacciu ancora da baccunata

a matri di Luigi frisca ancora do baccuni

si nni vidi assemi ci pari ca ni ‘mbriacamu

e tu, quaqquaraquà, non ti scannaliari

ci nni semu dui o tri ca putemi parrari

semu ancora chiddi ca na putiti sucari

semu ancora chiddi ca na putiti sucari…

 

 

Ancora quelli

 

Da bambini correvamo per i vicoli

dalla balconata della piazza si vedeva Schisò e il lungomare

e quanto erano lontane le luci e i turisti…

e quante cose che volevamo fare

e quante cose che volevamo fare…

 

quelle magliette sudate delle partite di pallone

mio padre seduto al bar con gli amici e il giornale

e il giornale è rimasto là

e chissà adesso dove stanno seduti

e chissà adesso dove stanno seduti

 

gli ultimi cinque minuti sotto la chiesa

ci vediamo domani davanti alla scuola

e non spaventarti se non sai niente, non so niente neppure io

e non spaventarti se non sai niente, non so niente neppure io

 

Se penso a quante cose avrei voluto dire

a quella ragazza al terzo banco, bella come il sole

non ricordo il suo nome

aveva i capelli come il sole e gli occhi come il mare

aveva i capelli come il sole e gli occhi come il mare…

 

Guardo la gente per strada ma non conosco più nessuno

chi è partito, chi è ritornato, e quanti si sono persi

chi si è venduto la faccia e il culo per cinquanta lire

qualcuno e vivo e qualcun altro no

qualcuno e vivo e qualcun altro no…

 

ogni tanto mi affaccio ancora dalla balconata

la madre di Luigi fischia ancora dal balcone

se ci vede insieme, crede che ci ubriachiamo

e tu, quaqquaraquà, non ti scandalizzare

ce ne siamo ancora due o tre che possiamo parlare

siamo ancora quelli che ce la potete menare

siamo ancora quelli che ce la potete menare…

 

Sandro Di Bernardo dice sé: “Sono il tipico fenomeno dell’artista di provincia mai davvero giunto alla fama. Passo dall’essere la giovane promessa di paese alla vecchia gloria, senza sostare nella fase essenziale del successo”. Taorminese, classe ’68. Una vita in musica e per la musica. Polistrumentista. Studia chitarra classica dall’età di 11 anni, poi pianoforte, basso elettrico, batteria, armonica a bocca. Nel 1993, con il suo gruppo (Krystal Dream), attira l’attenzione di Ron Wood (chitarra dei Rolling Stones) che suona con lui dal vivo per poi produrre nel 1994 una demo a Sandro e alla sua Band con l’etichetta Continuum Records di New York. “Il breve e comprensibile momento di clamore, dovuto all’incontro con gli Stones, ha un lieve riverbero in patria, e mi porta a cantare, su invito dell’artista di Milo (Franco Battiato), nel disco L’ombrello e la macchina da cucina, del 1995. Ma il destino ha in serbo ben poco. Niente ricchezze o glorie. Tutto prosegue all’ombra di un quasi anonimato. Anni di provini, festival, concorsi, concerti, tour scalcinati, alcol, rock and roll, eccessi e dischi autoprodotti”. Nel 2015, si autoproduce l’album Sudditi e Rose. Il videoclip Sicily (visibile su youtube) è dedicato a Paolo Borsellino. Scrive i testi e compone le musiche di tutti i suoi brani. “Mi si direbbe un cantautore”. Negli ultimi 20anni, è divenuto un apprezzatissimo Chef, professione che lui vede “come vessillo del suo fallimento” e che ha da poco abbandonato. In qualità di chef, nel 2016 (anno del G7 a Taormina), ha avuto l’onore (“ci si sente protagonisti…”) di cucinare per il premier canadase Trudeau, e di essere il cuoco personale del Dalai Lama per una settimana. “La mia condizione attuale è quella del perdigiorno”.

 

Il Video

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