Ricordando il Poeta nella Giornata Achille Serrao 2020

Contributi di Stefano Marino, Pietro Civitareale, Giacomo Vit, Marcello Marciani, Maurizio Rossi. Articolo in aggiornamento

 

Il Centro Studi Achille Serrao e l’Associazione Periferie da 8 anni organizzano, in ottobre, in occasione dell’anniversario della nascita e della morte un nuovo evento dedicato al Poeta. Quest’anno, a causa delle grandi difficoltà di organizzare “in presenza”, l’evento sarà “virtuale”. Amici, poeti, critici o estimatori dell’opera letteraria di Serrao sono stati invitati a un incontro sulla piattaforma ZOOM il giorno Sabato 17 ottobre 2020 dalle 18.00 alle 19.30. Coordinatori dell’evento Anna Maria Curci, Manuel Cohen, Vincenzo Luciani e Paula Gallardo Serrao.

Per i poeti ed estimatori di Serrao impossibilitati a partecipare all’evento con la piattaforma ZOOM, è stata offerta la possibilità di partecipare con un proprio contributo scritto sul sito poetidelparco.it.

Ed ecco qui di seguito i contributi giunti in redazione di Stefano Marino, Pietro Civitareale, Giacomo Vit, Marcello Marciani, Maurizio Rossi

 

Ad Achille Serrao

di Stefano Marino

E pàtrita fu chi mbatti ti mparau,
’cchiappa-nivuli,’mmagat’ i tò catarra,
janchi tingiuti ri palorii ll’arma
chi si ficiru versi e puasia.

“ —Arrevammo
’nni llà e mmustaje ’a luna”*

E fu tuo padre che forse t’ha insegnato,
acchiappa-nuvole, stregate dalla tua chitarra,
bianche colorate da parole dell’anima
che si fecero versi e poesia.

*Achille Serrao da Cecatèlla, “’A luna”

 

Stefano Marino nato a Reggio Calabria nel 1936, dal 1961 vive a Milano. Scrive in dialetto reggino. Ha pubblicato nel 1992 Umbri (Boetti & C. Editori, Milano). Nel 2001, Parrasulu-Parlasolo, (Edizioni dell’Orso, Alessandria 2003) e Mùffura (Interlinea Edizioni, Novara, 2013). È inserito in numerose antologie tra cui: Via Terra antologia di poesia neodialettale, a cura di A. Serrao; Il pensiero dominante. Poesia Italiana 1970-2000, a cura di F. Loi e D. Rondoni.

 

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Per Achille Serrao

di Pietro Civitareale

 Mi sono interessato più volte, con piacere e con profitto, della poesia in dialetto campano (di Caivano, per la precisione, in provincia di Caserta), di Achille Serrao, la quale, nell’assenza d’ogni concessione vernacolare, interpreta il disagio della modernità come spaesamento, come perdita di un significato domestico e popolare del mondo, come naufragio del rapporto intersoggettivo. Da qui quel suo continuo ritorno alle origini, quel suo frugare nelle pieghe di un passato disperso nelle brume del tempo, assieme al desiderio di riappropriarsi e di ricomporre un’improbabile storia personale, non senza il rischio di una ricaduta nella casualità di una condizione esistenziale scompaginata.

Ma Serrao è anche un poeta in lingua (si vedano, in proposito, le seguenti raccolte: Coordinata polare, 1968, Destinato alla giostra, 1974, Scene dei guasti, 1978, Cammeo, 1981, Retropalco, 1995) e merita di essere ricordato ed apprezzato anche sotto questa veste. A tale scopo ho rivolto la mia attenzione ad una silloge di poesie, pubblicata nel 2018, in seconda edizione, dalle Edizioni Cofine di Roma, con il titolo, fascinoso ed allusivo, di Una pesca animosa, con prefazione di Manuel Cohen e ristampa di quella di Roberto De Sio presente nella prima edizione della raccolta.

Si tratta di versi composti tra il 1960 e il 1964, verosimilmente agli esordi del poeta, in un momento, pertanto, della sua storia letteraria altamente rivelatore, anche se le sue virtualità creative non sono ancora del tutto collaudate e definite e, di conseguenza, suscettibili di sbocchi tematici e stilistici imprevedibili.

Ciò nonostante, vi sono già presenti tutti i connotati ideologici e sentimentali e tutte le premesse culturali che hanno sorretto e guidato la sua esperienza poetica successiva, nonché i parametri stilistici e tematici ai quali è rapportabile la sua personale avventura letteraria; e cioè, da una parte, il simbolismo europeo (soprattutto quello di ascendenza francese), impegnato a captare e ad esplorare l’inesprimibile, a far emergere i più segreti moti della sensibilità e della coscienza e, dall’altra, il surrealismo, inteso come automatismo scritturale ed inventivo di idee ed immagini, non senza un influsso, più che generico, dell’ermetismo, come sintesi mitografica del simbolismo stesso.

In particolare, con una operazione essenzialmente mimetica Serrao riproduce la realtà secondo un metodo naturalistico di trasposizione immediata sulla pagina, operando, però, in maniera che siano i connotati strutturali e verbali del dettato poetico ad avere un rilievo finale nella rappresentazione delle cose, dopo averne constatata ovviamente la condizione schizomorfa, lo stato di dissociazione culturale e sentimentale, nella consapevolezza della ontologica fragilità dell’esistenza e del suo implicito portato di sofferenza:

E solo a quest’ora
quando la notte filtra
nel macchinario invisibile
delle lucciole
una calma di nebbia,
quando stormire è carezza
morire orgoglio naturale,
è mio
abboccare
ad una pesca animosa di pensieri

 Una matita spuntata,
una larva in bozzolo
che fila seta
– tutto il mio dentro
al servizio di secoli
immeritati.

 Ho il mondo fra le mani
ne faccio quel che voglio
a bocca socchiusa
serrando i denti per non gridare
o il mondo mi possiede
mi ha violentato
da un pezzo, dalla nascita
e la violenza è concubina d’orgoglio
lo stesso orgoglio che è la morte.

(dalla poesia Una pesca animosa, pag. 52)

 Sono versi di una “sentenziosa” concisione figurativa e di una pregnanza concettuale e sentimentale, in cui il confronto tra l’io e la realtà, lo iato tra il soggetto e l’oggetto (con tutto  ciò che ne consegue sul piano intellettuale ed emotivo) è sperimentato e rappresentato ad un livello quasi di inumana “durezza”, di “altezzoso” ed irrevocabile atteggiamento interiore, in ossequio, da una parte, ai suoi debiti contratti con un linguaggio poetico di stile “alto” e, dall’altra, con presenze dolorose tipiche di una letteratura di stampo prettamente meridionale.

Sotto tale aspetto, quella di Serrao è una esperienza poetica, in qualche modo, esemplare (raramente una raffigurazione della poesia italiana del Novecento, una sua immagine, dal simbolismo all’ermetismo, è stata resa con più determinazione come figura dello “scontro”, della decezione e della insignificanza, se si esclude forse quella di Andrea Zanzotto che ne parla come astrazione di solitudine che non cambia nulla); una poesia che ha accettato di prendere atto della problematicità del nostro tempo, di scendere, in qualche misura, al suo interno per scoprirne l’essenza, accettandone tutte le conseguenze sia sul piano della conoscenza che su quello della congruità operativa..

Firenze, 11/10/2020

PIETRO CIVITAREALE è nato a Vittorito (AQ) nel 1934. Nel 1960, per motivi di lavoro, si è trasferito ad Alessandria e successivamente a Firenze, dove tutt’ora risiede. Poeta, critico, narratore e traduttore ha all’attivo, come poeta, una quindicina di raccolte di poesie in lingua e in dialetto tra le quali: Un’altra vita (1968), Hobgoblin (1975), Un modo di essere (1983), Il fumo degli anni (1989), Solitudine delle parole (1995), Le miele de ju mmierne (1998), In lucor violetto (1998), Ombre disegnate (2001), Mitografie e altro (2008), Ju core, ju munne, le parole (2013), Cartografie di un visionario (2014). Studioso della poesia in dialetto, ha pubblicato le raccolte di scritti critici: Poeti in romagnolo del secondo Novecento (2005), La dialettalità negata (2009), la monografia Vittorio Clemente. Una vita per la poesia(2017), nonché l’antologia Poeti in romagnolo del Novecento (2006) e lo studio critico-antologico Poeti delle altre lingue (2011). Ha curato, inoltre, l’antologia di poeti italiani contemporanei La narración del desengaño (1984) e l’antologia Poeti catalani del XX secolo (2016).

 

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L’INTERESSE DI ACHILLE SERRAO PER LA POESIA IN DIALETTO

di Giacomo Vit

Achille Serrao l’ho conosciuto di persona un paio di volte. Ci siamo scritti e sentiti per telefono soprattutto in occasione della preparazione della sua antologia sulla poesia neodialettale Via Terra, che uscì presso Campanotto editore nel 1992, e poi fu tradotta in inglese e pubblicata dall’editore Legas nel 1999 con  lo scopo di far conoscere l’attuale produzione dialettale anche oltreoceano.

Di questo lavoro, vorrei qui brevemente scrivere.

Franco Brevini, dopo la sua fortunata antologia Poeti dialettali del Novecento, pubblicata da Einaudi nel 1987, decise di approfondire la produzione dialettale dell’ultimo secolo attraverso una vasta opera di ricerca e documentazione, condotta su una produzione imponente, spesso dispersa fra i mille rivoli dell’editoria locale, che sfociò nel libro Le parole perdute-Dialetti e poesia nel nostro secolo, dato alle stampe dalla stessa Einaudi, nel 1990. Seguirono per Mondadori, nel 1999, tre volumi antologici relativi alla poesia dialettale, testi che però si fermavano agli autori nati fino al 1940. Brevini non continuò poi a indagare la nuova produzione poetica in dialetto, che non ha mai smesso di crescere e diffondersi.

Ci voleva qualcuno che ne raccogliesse il testimone. Questo fu fatto nel volume antologico che Serrao curò per Campanotto editore, e che richiedeva agli autori da lui convocati poesie inedite o pubblicate recentemente. Questa operazione fece sì che fossero censiti i lavori in corso, che si tastasse il polso della situazione, che ci si ponesse “in presa diretta”. I poeti furono inseriti per Regioni, e ai testi inclusi seguivano alcuni giudizi critici di vari esperti. Si ebbe perciò un quadro vivo, pulsante, della poesia in dialetto di quegli anni, e molti degli autori inseriti confermarono negli anni seguenti il valore della loro creatività producendo libri poi premiati in concorsi importanti.

Achille Serrao non abbandonò mai questo interesse per quanto accadeva nei territori della poesia in dialetto, come si evince anche dal suo libro Poeti di periferie delle Edizioni Cofine nel 2009, in cui una sezione è dedicata alla Poesia in dialetto, raccogliendo note e saggi critici che aveva pubblicato sulla rivista Periferie e su altri periodici.

Credo che molti poeti in dialetto, oggi ancora operativi, da Nord a Sud, debbano molto ad Achille, e che non si dimenticheranno mai di questo uomo cordiale e sensibile, che li ha accompagnati per un buon tratto di strada.

 

Giacomo Vit. Maestro elementare di Cordovado (PN), è autore di opere in friulano di narrativa (Strambs, Udine, Ribis, 1994; Ta li’ speris, Pordenone, C’era una volta, 2001) e di poesia (Falis’cis di arzila, Roma, Gabrieli, 1982; Miel strassada, Riccia, Associazione Pro Riccia, 1985; Puartis ta li’ peraulis, Udine, Società Filologica Friulana, 1998; Fassinar, S. Vito al Tagliamento, Ellerani, 1988; Chi ch’i sin…, Pasian di Prato, Campanotto, 1990; La plena, Pordenone, Biblioteca Civica, 2002, Sòpis e patùs, Roma, Cofine, 2006, Sanmartin, Faloppio, Lietocolle, 2008, Ziklon B- I vui da li’ robis, CFR, 2011.) Nel 2001, per l’Editore Marsilio di Venezia, ha fatto uscire La cianiela, una raccolta delle migliori poesie edite e inedite scritte dal 1977 al 1998. Ha fondato nel 1993 il gruppo di poesia “Majakovskij”. Con Giuseppe Zoppelli ha curato le antologie della poesia in friulano Fiorita periferia, Campanotto, 2002 e Tiara di cunfìn, Biblioteca civica di Pordenone, 2011. Nel 2018 ha vinto il premio Biagio Marin con Vous de grumal de aria che raccoglie quarant’anni (1977-2017) di esperienza di scrittura e di vita.

 

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Passio

di Marcello Marciani

Nella breve raccolta Disperse, che vinse nel 2008 il prestigioso Premio Pascoli, c’è un testo che mi colpì profondamente già alla prima lettura e che si conferma oggi come uno dei più straordinari dell’intera opera in versi di Achille Serrao.

Mi riferisco a  Passio, che considero il momento più alto e sorprendente  della plaquette del 2008, perché qui Achille per la prima volta affronta un tema fondamentale del cristianesimo, appunto la Passione di Gesù, senza rinunciare a quel brullo e struggente paesaggio campano che attraversa tanti suoi versi e che qui diventa lo scenario interiore, il “correlativo oggettivo”,  del supplizio del Cristo.

Attorniato da  uno svolare di bambini (“na vulèra ‘e piccerille”), poveri orfani di giorni e storia (“puveriélle scùrfene/ ‘e juorne e storia”), alla cui voce ripida (“vvoce a schióvere”) nessuno presta ascolto, il Figlio si avvia in solitudine all’ultima salita (“Po’ s’abbiaje/ sul’isso/ a ll’ùtema sagliuta”) e invocando il Padre gli affida quella ressa (“chiorma”) di orfani senza più primavere, perché nel mondo attorno tuona una quotidiana guerra (“ ‘o poco e ‘uerra pure stamattina”). Il tema bellico entra in sordina, evidenziato solo negli ultimi sei versi del componimento, preparato e sotteso dalle figure emblematiche del primo tempo (l’albero della croce, coi suoi colori e tremiti di foglie d’argento) e dal monologo del secondo, che scopre una tenerezza lancinante, un insolito desiderio di paternità da parte del Cristo, un rimpianto di culle e calori: “ah, putesse ‘mmiez’a st’aria ‘e cardacìa/ nu piccerillo cunnulià – tiennero/ ‘o musillo – che m’è figlio…”.

In opposizione a questo estremo abbandono lirico bastano pochi cenni ad esprimere l’assurdità della guerra, sentita come uno sciamare insensato di api, un nugolo in delirio (“na rocchia ‘nfrennesìa”). Con un linguaggio intensamente simbolico ed icastico, allusivo e rattenuto in un campano caivanese definito spesso “petroso” eppure capace di trasognanti malie e morbidezze, con una potente stringatezza che è anche pudore a svelare l’orrore, il poeta esprime tutta la sofferenza per una condizione insostenibile, ed il contrasto fra i due momenti – lo slancio affettivo e la consapevolezza della morte, individuale e collettiva –  si risolve nell’unica rima baciata del testo che, legando i due versi finali, sigilla in uno scabro abbraccio la denuncia e la pena:

 

“Stà truunanno, siente?

‘o ppoco ‘e ‘uerra pure stamattina

scapézza abbascio â rosa

l’ape riggina e ll’ate, na rocchia ‘nfrennesìa,

spatriano assaje luntano…

Pate, na mano…”

 

sta tuonando, senti?/ un po’ di guerra anche stamattina/ rovina ai piedi della rosa/ l’ape regina e le altre, un nugolo in delirio/ sciamano assai lontano…/ Padre, una mano…

 

Marcello Marciani è nato nel 1947 a Lanciano (CH), città in cui vive. Ha pubblicato: Silenzio e frenesia (Quaderni di Rivista Abruzzese, Lanciano 1974); L’aria al confino (Messapo, Roma-Siena 1983); Body movements (traduzione inglese a fronte di A. Rosselli, Gradiva Publications, Stony Brook-New York 1988); Caccia alla lepre (Mobydick, Faenza 1995); Per sensi e tempi (Book Edit., Castelmaggiore 2003); Nel mare della stanza (LietoColle, Faloppio 2006); La Ninnille (I libri del “Quartino”, Albenga 2007); La corona dei mesi (LietoColle, Faloppio 2012); Rasulanne (Cofine, Roma 2012). È presente in: Via terra. Antologia di poesia neodialettale (a cura di A. Serrao, Campanotto, Paisan di Prato 1992). Suoi testi in dialetto sono stati eseguiti dal Centro di Ricerca Teatrale-Musicale “Il Tesoro di Tatua” e dal Cantiere delle Arti “Amaranta” negli spettacoli “Mar’addó” (1998- 1999) e “Rasulanne”(2008-2009-2010), ai quali ha anche partecipato come attore. Nel 2019 esce la raccolta Revucègne (Puntoacapo) in dialetto abruzzese dell’area frentana. Con questa silloge ha vinto il “Premio Pierluigi Cappello” 2020.

 

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La “pesca animosa” di Achille Serrao

di Maurizio Rossi

Alcune riflessioni leggendo Una pesca animosa – Poesie 1960/64 (Ed, Cofine, Roma, 2018).

Ogni Poeta, uomo o donna, è un pescatore, quando trae dal mare infinito della vita, o dal lago profondo del proprio io, le sostanze e gli accadimenti che producono, assommano e rivelano intenzioni, sogni, desideri, “una larva in bozzolo che fila seta”; spesso con l’aiuto di “una matita spuntata”.

Se poi la pesca è coraggiosa, appassionata, pur inciampando nel rischio di essere ardente, bramosa, orgogliosa, impetuosa… questo “trarre da” si fa  esistenza reale, solitaria o condivisa.

Certo, si può pescare tutta la notte e non prendere nulla, secondo un  significativo brano evangelico; e magari senza il conforto di chi invita a gettare ancora per trovare. Ma non è questo lo sfondo della magnifica poesia che dà il titolo anche alla plaquette, riproposta con cura dal Centro Studi Achille Serrao, anche se la metafora e il paragone con quel brano sono densi di suggestioni.

“Quando stormire è carezza/ morire orgoglio naturale/ è mio/ abboccare ad una pesca animosa di pensieri” nella pace apparente eppur autenticamente vissuta, il proprio destino di finitezza è ciò che portiamo con orgoglio, anche se “ci coglieremo in paura per un latrato” , avremo paura di ciò che rompe il silenzio anzi “la storia del silenzio/ lungo la strada”

Ogni giorno è il primo giorno, un nuovo inizio che “pascola memorie” nei tanti luoghi dell’esistenza – mare, paese o casa – e le ripropone, in una alchimia di passato e presente abitati nell’io del Poeta; e non inganni quell’ Ormai è finita/ la disavventura/ di quando mi faceva meraviglia/ una lucciola sparsa/ capitata per caso/ in un arcobaleno” perché la meraviglia dell’infanzia e dell’adolescenza – pur rimpianta – è disavventura, è ciò che scompagina i piani e le prospettive dell’esistenza, come accade in quell’età della vita, è un dazio per entrare nella  meraviglia. Non inganni: perché la poesia di Serrao trasuda meraviglia – ovviamente ben diversa da quella infantile e adolescenziale – per un “tenero fardello di pensieri” che disfa la carezza, e fa ombra al sentire; ma quanto è “vasto” il sospiro! Quale “ferita” porta il sole d’ottobre, quanto possono “uccidere” gli “archi innumerevoli” delle rondini in volo, costruzioni evanescenti, eppure così solide da sostenere il peso del dolore!

Tra il saggio  proponimento della falce e il presentimento eterno del grano, la natura fa il suo corso,  e scava la fossa dei sogni, indifferente alla paura dell’uomo, che divide l’esistenza nel centellinare il vino e nel fumare a grandi sorsi, mentre fuori è freddo; nel ricordo di Natali di miseria e di “inconsumato amore/ appeso al camino/ a lume di candela”. Mentre altri, si dice l’Autore, anch’essi “per amore” saccheggiano e rubano.

Mi piace molto questa Poesia senza tempo, che riecheggia altra poesia, in una “comunione”  di versi e strofe e rime disposte con cura parsimoniosa; mi piace tale “pesca animosa”  che cattura, con una rete composta di parole, quello che altri non colgono o non odono, perché incapaci  di nominare finché il poeta non “dà il nome”. Allora, oltre che “animosa”  non è quella del Maestro Serrao anche una “pesca miracolosa”?

 

MAURIZIO ROSSI, nato a Roma nel 1952, è medico in pensione. Ama scrivere in lingua e in dialetto romanesco. Collabora con scritti e recensioni al sito poetidelparco.it; è nella redazione della Rivista “Periferie”. è socio de “La Primula”, associazione tra volontari e famiglie di disabili, nella quale partecipa al laboratorio teatrale integrato e agli spettacoli. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Dal pozzo al cielo (2008), Tempo di tulipani (2009), Sono aratro le parole (2011), Che resta da fare (2014) e, in romanesco, Cercanno leggerezza (2015).