Ricordando Anna De Simone (12 gennaio 1937- 20 gennaio 2024)

Nelvia Di Monte

 

So bene che, scrivendo di una studiosa, saggista ed esperta di critica letteraria, si dovrebbe innanzi tutto analizzare le sue opere, ma non è così che intendo ricordare Anna De Simone,  un’amica, una persona generosa che aveva molto da offrire, a livello umano oltre che culturale, come in tanti hanno confermato alla notizia della sua scomparsa con parole di affetto e riconoscenza. 

La prima volta che l’ho incontrata fu ad una lettura del poeta Luigi Bressan, da lei organizzata a Milano per i suoi studenti del Liceo Carducci, e mi colpì la figura di questa ‘prof’ dal fisico minuto ma dalla forte energia organizzativa, che ti ascoltava scrutandoti con i suoi occhi azzurri. Promuovere la conoscenza – e l’amore – per la poesia con i suoi allievi è stato un suo impegno costante, invitando poeti  o creando contatti con autori, ne è un significativo esempio la visita di alcuni di loro a Biagio Marin, che in una lettera così definì Anna: “Penso a come sei piccola fisicamente e come sei grande nella tua anima”.

Cominciò lì, in quel lontano pomeriggio milanese, una frequentazione inizialmente timorosa da parte mia, poiché avevo di fronte una persona che ammiravo (colta, precisa, sempre attenta anche ai minimi elementi testuali) e questo mi metteva un po’ in soggezione. Presto avrei capito che c’era in lei un fondo di timidezza, un riserbo verso chi non conosceva. E la poesia era per lei un modo privilegiato per conoscere meglio l’animo delle persone e stabilire un contatto diretto e sincero. 

Lentamente si instaurò quel rapporto più disinvolto durato anni, per me fonte di sostegno nella mia scrittura e di crescita culturale, perché Anna era infaticabile nel suo lavoro di scrittura critica e questo la portava ad avere continui aggiornamenti su pubblicazioni, riviste, autori e manifestazioni. Appena possibile, o se a Milano c’era un incontro cui avrebbe partecipato, ci davamo appuntamento in un bar e per un’oretta, sorseggiando una cioccolata in inverno o gustandoci un gelato in estate (condividevamo pure un debole per i dolci…), mi informava su diverse iniziative, mi regalava le riviste su cui era comparso un suo scritto, mi parlava di libri appena pubblicati, di vari poeti da lei studiati o incontrati. Sui quali aveva le sue decise preferenze ma evitava pettegolezzi e con autoironia parlava di sé o raccontava piacevoli aneddoti avvenuti durante convegni e presentazioni. Ogni tanto mi stupivo come, di fronte ad un nuovo e impegnativo incarico (vedi le curatele dei volumi di poesia per il Sole 24 ore o le antologie tematiche per diverse case editrici), provasse ansia, chiedendosi se ce l’avrebbe fatta a concludere un buon testo. Proprio lei, che si documentava in modo sistematico e ricontrollava più volte quanto scritto. 

Pierluigi Cappello e Anna De Simone

Competente nel suo lavoro critico, il suo rapporto con la poesia non era mai distaccato, nel senso di accademico e condotto con un linguaggio troppo specialistico: per lei la poesia creava un mondo di conoscenze e relazioni tra le persone, quelle che danno senso alla vita e la arricchiscono di amichevoli presenze e affetti. Da qui la passione che emerge dai suoi innumerevoli testi critici, scritti con la comunicabilità di chi vuol rendere partecipe chi legge della bellezza e del valore delle poesie analizzate. Non c’è migliore definizione di questo suo atteggiamento di ciò che ha scritto in una lettera a Biagio Marin: “Un viaggio meraviglioso, quello del lettore che sappia diventare una cosa sola con il poeta, con la poesia che gli sta davanti, universo misterioso, abisso da esplorare, parola di verità”, in Lasciami il sogno. Anna De Simone e Biagio Marin – Carteggio 1982-1985 (Il Ponte del Sale, 2020). Un intenso epistolario che, nel confronto tra due anime, molto svela della poesia e della vita del poeta gradese ma anche quanto la poesia fosse una  presenza costante e necessaria nella vita di Anna. 

Profondo e duraturo fu il legame con Pierluigi Cappello (“il figlio che non ho avuto” diceva), poeta stupendo di cui lei curò diverse pubblicazioni. Anna scrisse su molti poeti, con una preferenza per i poeti in dialetto, di varie regioni (Dorato, De Vita, Rosato, Loi, …), ed ebbe uno sguardo particolare per i friulani, ai quali dedicò l’omonima antologia Poeti del Friuli tra Casarsa e Chiusaforte (Cofine 2012). 

Non c’era solo la scrittura: costante fu l’impegno profuso da Anna nell’organizzare presentazioni di libri e letture di poeti, e non solo a Milano, anche se nella sua città per anni diventarono una consuetudine gli incontri mensili nella Sala Lalla Romano a Brera, dove si avvicendavano di volta in volta vari poeti provenienti da tutta Italia. Anna era un fulcro di contatti, sapeva far incontrare le persone, valorizzava i poeti ponendosi quasi in secondo piano e lasciando emergere dai versi citati la bellezza dei testi.

Quando la malattia sigillò il suo poetico mondo, terminarono gli incontri e si allentarono molti legami. Ma non voglio chiudere qui, perché il ricordo – pur se talvolta doloroso – è necessario per nutrire il presente. E per non dimenticare l’insegnamento più vero di questa ‘prof’ piccola fisicamente ma grande nell’anima. Un ricordo indelebile resteranno i pomeriggi d’estate quando io e Anna ci trovavamo e parlavamo di poeti e poesia sedute in qualche gelateria di Milano (lei ne conosceva diverse). Lascio alle sue parole il compito di definire questi momenti piacevoli e densi, per me un dono della vita: “I luoghi mentali sono diventati luoghi reali e viceversa, capaci di offrire scenari ogni volta inediti su situazioni, vicende interiori e brandelli di storie perdute come i volti e le voci di chi tanto tempo fa ci ha amato. Di chi abbiamo amato.” (In Case di poeti, Mauro Pagliai Editore, 2012).