Pietro Civitareale conosce e ama i poeti e i narratori. Ma Pietro Civitareale ama, forse di più – a giudicare dai libri e dall’attenzione critica che a questi sta dedicando – i poeti in dialetto. Dopo i romagnoli, sui quali si era soffermato in due libri-cardine (2005 e 2006), esce con La dialettalità negata (2009), allargando il suo sguardo ad autori diversi, noti e meno noti, ma tutti di spessore. Un amore dettato, forse, da una curiosità culturale che lo porta alle radici, essendo il dialetto una radice e, per lui, una radice irrinunciabile, un tratto distintivo, l’origine.
Origine anche sua, benché sia uscito nel suo abruzzese (Come nu suonne, 1984, Vecchie parole, 1990, Le miele de ju mmierne, 1998) dopo le pubblicazioni in lingua: per quella ritrosia che trattiene l’autore, chissà, quando deve "scoprirsi". Perché, sì, il dialetto è incuneato nelle fibre intime, un qualche cosa di sé su cui la poesia in lingua, postandosi su metafore e figure retoriche di connessione tra cuore e ragione, tergiversa, slitta, allontana o ricompone in altro.
Questo ultimo Poeti delle altre lingue 1990-2010, Edizioni Cofine, Roma 2011, pp. 120, Euro 12,00 per un’editrice che, meritoriamente, raccoglie poeti di diversi dialetti, si pone ed è un’antologia di questi e di tutte le regioni italiane. E offre, al lettore, belle sorprese, che si tratti di conferme o scoperte, e testi non dei più noti anche trattandosi di autori presenti da sempre in libreria o nelle riviste. Ma offre al lettore una chiave di lettura sia del singolo sia della letteratura, appunto, "delle altre lingue". E offre ricchezza bibliografica: tale da costituire, il volume, uno strumento per chi affronta lo studio dei poeti "delle altre lingue".
Tiene a precisare, Pietro Civitareale, che si ccupa di poeti – e sono tanti – di cui ha conoscenza diretta. E già questo significa che la poesia "delle altre lingue" vive più nascosta rispetto a quella in italiano. Nel senso che è contenuta in libri e plaquette di piccoli editori, spesso fuori dei canali della distribuzione, e, dunque, di poeti che fanno pervenire ai critici le loro "sudate carte", i loro versi. Nemmeno tutti: la poesia dialettale – pur tenendoci su un livello di "creatività" alta – è molto diffusa per quel suo germinare da un incontro primigenio; ma, poi, per un’assunzione di "funzione resistenziale" (Civitareale) ma, inoltre, per la ricerca e l’intento di dirsi nel dialetto non più soggettivo quanto "reinventato" con la contaminazioni e le necessità degli apporti della lingua odierna.
E dunque plana, la poesia dialettale "come reidentificazione – così lo studioso titola la parte critica del libro – del soggetto linguistico" in tutta la complessità delle cose della vita ridate in poiesis che si ridetermina e sposta sensi e inizi.
All’approfondimento di questi aspetti Civitareale giunge con un excursus (anche solo per accenni, essenziali tuttavia come quello della ripresa delle riviste letterarie) su libri e autori che si sono occupati della poesia in dialetto, sia in antologie senza distinzioni tra poeti in lingua e poeti in dialetto, sia specificamente dedicate a questi poeti appartati o tenuti, almeno fino agli anni Settanta del Novecento, in disparte, all’infuori dei già presi diversamente in considerazione Marin, Noventa, Tessa, il primo Pasolini.
Passa, quindi, all’analisi dei vari poeti: 10-15 righe ciascuno con un’acutezza nell’individuazione dei temi e modi stilistici e un chiarore critico in cui riconosciamo le caratteristiche di un critico che adopera parole e concetti e non giri di vento.
Maria Lenti