Préime che ve’ le schìure (Prima che venga il buio) di Pietro Civitareale

Recensione di Maria Lenti

 

Autore di studi sul dialetto e su poeti dialettali, Pietro Civitareale esce con una raccolta, Préime che ve’ le schìure (Prima che venga il buio), la quarta (dopo Vecchie parole, 1990, Le miele de ju mnierme, 1998, e Ju core, ju munne, le parole, 2013), nella sua lingua di Vittorito (L’Aquila) dove è nato e dove è vissuto fino alla prima giovinezza. Pur scritte in tempi diversi le poesie rendono il continuum di nostalgia e di presenza, di ricerca del perduto e   del suo riversarsi nell’oggi, di domanda sommessa sull’esserci o meno di quel che c’era: gli affetti e l’amore, l’atmosfera della comunità, il vento e la luce più dell’anima che reale, gli sguardi a catturare l’emozione, l’orizzonte che, chiudendo il luogo del farsi uomo, lanciava l’attesa dell’altrove.

Poeta colto di versi puntati sul sé e sul sé in rapporto al vivere civile nelle raccolte in italiano, Civitareale si differenzia in quelli in dialetto? Forse per una diversa intro-estroversione: dal dialetto i sentimenti si distendono non inarcati nelle strofe, nei testi: escono, infatti, dalle fibre della soggettività dell’esserci calata dentro i buchi e i dossi delle dinamiche esistenziali, ma nel momento in cui l’incontro (e l’incrocio) del contesto sociale, ancora non è avvenuto e, dunque, il “lago del cuore” ha intatti e intensi desideri e illusioni. Se, poi, desideri e illusioni finiscono nel nulla di una irrealizzabilità, il punto del loro recupero alla distanza e in poesia non li distoglie dalla loro essenza di possibilità e, in ogni caso, di vivenza, non distorce il loro seme sempre nutritivo.

La figura che sta dietro la coscienza poetica e la trae alla luce è, generalmente, nella liquidità del paesaggio amato, benché non nominato, una immagine femminile, l’eterno indice di sogni-simbolo sparsi nella poesia di ogni tempo.  («Préime che ve’ le schìure / t’ulesse revedajje n’àutra vote / p’appurà se, de téjje, m’è remaste / quacchéuse dentre ajju core / o semme deventate du’ perzéune / che nen se chenùscene chìue / i va ognìune pe’ cunte séje.» Prima che venga il buio, vorrei rivederti un’altra volta per sapere se, di te, m’è rimasto qualcosa nel cuore o siamo diventati due sconosciuti ed ognuno va per la sua strada. p. 62).

Ma la donna-ragazza è la vita stessa, il passaggio-salto dallo sfumato della libertà onirica alla reale condizione e al pensamento del vivere, il tu di una interlocuzione spanta e dilavata nel proprio intimo, ectoplasma o materia che sia. Così: da un lato il balzo giovane dall’altro un fermo imposto dall’età; da un lato il sole e gli astri, nel rovescio il buio della sera con il mistero della fine («Caméine, caméine i caméine, / ma ju puoste addò ajj’à jéjje / nen se vàide.» Cammina, cammina e cammina. Ma il luogo dove sono diretto non si vede. p.  32); da un lato il sentore dell’amore, dall’altro l’assenza di esso. Constatazione e rimorso, constatazione e struggenza («Sunnà me redà la vojje de campà», p. 34), constatazione e ricordo.

Il dialetto, recuperato alla memoria, accoglie questa saggia consapevolezza e colloca la poesia di Pietro Civitareale sul piano dei poeti neodialettali del Novecento italiano più versati a dire l’anima delle cose e di sé (Biagio Marin e il primo Tonino Guerra, Tolmino Baldassari, Francesco Gabellini e alcuni giovani, per uscita, di questo secolo, Salvatore Pagliuca per esempio) e non il fuori (lo sbattimento e le croste e i disastri da cui si è circondati, i poteri sopra la testa: Franco Loi di Teater, Cesare Ruffato,  Giovanni Nadiani con la sua forza e lo sguardo lucido del ritrattista di una contemporaneità deprivata di ogni ideale).

Perché questa vicinanza? Perché il dialetto è la prima lingua imparata, dalla madre, e detta in famiglia, con gli amici, nel paese della crescita, dei primi approcci amorosi e della definizione di sé; in dialetto si sono esternate le indefinibili consapevolezze, riconosciute come tali solo in seguito, e si è dato un nome (un volto, una strada) alle fibrillazioni corporali; in dialetto si sono innervate le radici.

Il dialetto, allora, è la voce animata di una profondità. E scivola pianamente e permane, per tutti i perché detti, nelle fessure, nelle striature delle sensazioni raccolte e portate a poesia da Pietro Civitareale: nel senso dell’avere vissuto l’età dello splendore, fatuo come un fuoco ma fuoco vivo ancora, a fronte dell’età della ragione, quella che, inflessibile, non nasconde il vero.

 

Pietro Civitareale, Préime che ve’ le schìure (Prima che venga il buio), Roma, Cofine, 2019, pp. 66, € 14.00

 

 

Pietro Civitareale

 

 

Pubblicato il 28 novembre 2019