Nel luglio del 2025 Rivista Abruzzese ha pubblicato Poeti dialettali abruzzesi (Della Porta, Fagiani, Di Loreto) di Guido Giuliante, a cura di Andrea Giampietro, di cui pubblichiamo qui di seguito l’Introduzione.
INTRODUZIONE
Questi ultimi tre anni hanno rappresentato un periodo felice per la riscoperta della figura e dell’opera letteraria del medico e poeta Guido Giuliante (Pennapiedimonte, Chieti, 1912 – Civitella Messer Raimondo, Chieti, 1976). Si sono susseguite infatti, un anno dopo l’altro, ben tre pubblicazioni: la sua omnia poetica (Le poesie: 1956-1986, a cura di Antonella Del Ciotto, Lanciano, Carabba, 2021), la raccolta delle sue opere teatrali (Teatro, a cura di Vito Moretti, Chieti, Solfanelli, 2022) e una biografia a lui dedicata dallo studioso chietino Enrico Di Carlo (Guido Giuliante. Il medico poeta che scolpiva emozioni, Lanciano, Carabba, 2023).
Lo scorso anno, col patrocinio del Comune di Guardiagrele, Di Carlo ha curato un volumetto che raccoglie i contributi critici di Giuliante sul famoso poeta guardiese (La poesia dialettale abruzzese e il contributo di Modesto Della Porta, Castelli, Verdone, 2024¹ ). Si è pensato allora, grazie al sostegno dell’Associazione culturale “Di Loreto-Liberati” di Castel Frentano (CH) e alla disponibilità della famiglia Giuliante che ha fornito il materiale documentale, di riprendere due degli interventi su Della Porta² pubblicati nel suddetto libro e integrarli con altri suoi scritti critici (quasi tutti inediti) dedicati a due importanti poeti della regione, quali Cesare Fagiani ed Eduardo Di Loreto.
Quella di Giuliante è soprattutto una testimonianza, al contempo lucida e appassionata, di un protagonista della vita culturale del suo tempo. Negli anni Cinquanta, quando Della Porta non c’era già più, anche se la sua opera non smetteva di mietere consensi, quando Di Loreto stava per “appendere la lira al chiodo” (sarebbe scomparso nel 1958) e Fagiani continuava ad essere il cantore della vecchia Lanciano, egli debuttò con la raccolta poetica L’addore de lu nide (Pescara, 1957), che ottenne subito vasti consensi, affermandosi in seguito anche come autore di canzoni³ e di testi teatrali.
In questi scritti, Giuliante dimostra una certa padronanza della materia (dovuta anche al suo sodalizio culturale col dialettologo Ernesto Giammarco), tanto da ricostruire la storia della letteratura abruzzese che, dopo la produzione in “volgare” di poeti come Buccio di Ranallo e Cola di Borbona (ai quali si devono importanti cronache del Medioevo aquilano), ebbe il primo vero autore dialettale nello scannese Romualdo Parente col suo poemetto Zu matremonio azz’uso (1760); dopo numerose esperienze spiccatamente “popolari” (Luigi Anelli, Luigi Brigiotti, Vincenzo Ranalli, etc.), la poesia abruzzese trovò nel poeta e linguista teramano Fedele Romani l’avvio verso una strada che avrebbe permesso al dialetto di scoprire una propria consapevolezza, un proprio spessore linguistico oltre che culturale; tale cammino fu poi percorso con sempre maggiori risultati da autori come Cesare de Titta, Alfredo Luciani e Vittorio Clemente. Tuttavia, nei suoi interventi, Giuliante si sofferma su tre poeti, tutti dell’area frentana, Della Porta, Fagiani e Di Loreto, che rappresentano il lato più folcloristico, più gustosamente paesano, sia nei toni satirici che in quelli idillici, della letteratura regionale.
Contrariamente all’opinione comune, Giuliante non vede in Della Porta un poeta satirico tout court e neanche un poeta lirico, come alcune delle sue poesie inedite (su tutte La Novena di Natale e Lu tisiche) lascerebbero intendere; egli invece si fa, alla maniera del Belli, “fotografo” delle situazioni più quotidiane, delle parole rubate dalla bocca dei suoi paesani, riuscendo a imbastire un discorso che conduce a una dimensione più alta: «Modesto si è elevato dalla poesia di borgo ed ha avuto la capacità di risalire dal particolare all’universale senza tradire l’intimo significato, l’anima riposta, la fondamentale strutturazione, la più nobile funzione della poesia dialettale».
Più che “correggere i costumi ridendo”, Modesto lascia al lettore la possibilità di trarre una morale dalla realtà rappresentata in versi, col suo umorismo pungente ma sempre umano. La sua dunque, secondo Giuliante, è una poesia “morale” (non certo moralizzante):
«… io direi che egli è il Poeta del sentimento, il Poeta del cuore del nostro popolo. Quello più schietto, sincero e nobile.
Il Poeta che osserva e non trae per suo conto delle conclusioni; che fa delle constatazioni e non enuncia una sentenza; che rileva una stortura ma non formula una condanna. Poesia di alto contenuto morale che non chiude le sue favole belle come Esopo, né come Trilussa, non come altri.
Modesto è parte del popolo. È poeta dialettale: riporta i fatti e fa come fa il suo popolo che fotografa; il popolo non sale in cattedra e condanna. Così Modesto. Ma chi ascolta le sue cose trae le conclusioni, sa trarre le conclusioni che il poeta ha indicato.»
Di Cesare Fagiani, di cui Giuliante era amico, viene riconosciuta, così come in Modesto, la spiccata teatralità nella dizione dei propri versi. Forse ancora più di Della Porta, egli è attaccato al suo borgo, a quella Lanciano di cui racconta personaggi e tradizioni (famosa la sua poesia sulla Squilla del 23 dicembre) ma anche il periodo devastante dell’ultimo conflitto mondiale. Pur se legato alla vena campanilistica della sua ispirazione, Fagiani è riuscito a raggiungere livelli, sia tematici che formali, di grande raffinatezza, soprattutto nelle poesie sentimentali:
«Egli ha trattato gli argomenti comuni a tutti i dialettali ispirati al borgo, con le sue donne, con i suoi amori e con le sue feste; ha fatto i ritratti di molti tra gli uomini più significativi che ha incontrato sul suo cammino; ha scritte le pagine di storia eroica della sua Lanciano; ha raccolte le voci delle campane delle dolci torri sonore: ma all’improvviso ecco, ha superate le sue torri Montanare, è andato più in alto delle mura stupende della sua Santa Maria Maggiore, ha abbandonato anche il suo modulo discorsivo e dialogato che è proprio forse la principale caratteristica della poesia del Fagiani ed attraverso na ruvanelle si è fatto trasportare dal vento fino in cielo.»
Più degli altri due, Eduardo Di Loreto si affida al tema dell’amore; da tale sentimento gli viene una vitalità che pervade ogni angolo della sua poesia. Autore di numerose canzoni e di operette (scritte spesso insieme all’amico musicista Pierino Liberati, anch’egli di Castel Frentano), egli infonde nei suoi versi un fine gusto musicale (la sua raccolta poetica più nota s’intitola, non a caso, Musiche d’urganette), popolare quanto si vuole ma di grande impatto espressivo, che gli permette di scegliere il metro, i ritmi e gli accenti più adatti a seconda che i toni siano elegiaci o umoristici. La sua dunque è una…
«… poesia che è fatta il più delle volte per essere rivestita di musica e, quando questo accade, ci si accorge che è musica essa stessa, una particolare musica nata tra i campi profumati o su un davanzale fiorito, o sotto il chiaro di luna o al lume delle stelle. Una poetica scapigliata, sì, ma gentile, delicata, senza impegni di scuola, senza le complicanze delle correnti, dei filoni e nemmeno di reminiscenze.»
Infine viene riportato un intervento di Giuliante, edito nel 1968 sulla rivista lancianese “Itinerari”, in cui il medico pennese fa un po’ il bilancio della poesia abruzzese in vernacolo, negli anni in cui, tra le altre cose, egli è giurato del Premio di poesia dialettale “Eduardo Di Loreto”. Prima ancora che una critica estetica, la sua è una critica morale anche se, le due cose, sembrano non avere, almeno per lui, una demarcazione. Egli insiste sulla necessità della poesia dialettale di non seguire il solco di certa poesia in lingua, sempre in balia di nuovi -ismi, e di non lasciarsi contaminare linguisticamente:
«Se il dialetto deve aggiornare e rinnovare continuamente la vitalità della lingua letteraria, esso deve essere usato da chi ha, oltre la sensibilità propria di ogni uomo che preferisce un certo linguaggio poetico all’altro ed un certo modo di esprimersi a quello più corrente e volgare e realistico, ha anche la possibilità di adoperare la delicatezza di certi strumenti onde cavarne la particolare musicalità che sola è arte della parola, come è arte del ritmo, arte della comunicabilità a certe altezze.»
Il linguaggio poetico è un simbolo, non può essere linguaggio discorsivo; e se si riduce solo a questo, esso perde ogni significato d’arte ed ogni ragion d’essere.
Si sarà notato che lo stile di questi interventi ha poco della critica letteraria stricto sensu ma richiama piuttosto lo stile della prosa lirica. Giuliante infatti non rinuncia al suo occhio di poeta anche nell’analizzare gli aspetti tecnici della scrittura in versi; a stargli a cuore sono il retroterra dell’autore, le incidenze biografiche sulla sua opera e, nel caso del poeta dialettale, la sua fedeltà a un mondo, a una dimensione, a una civiltà ch’egli sente essere in pericolo.
Reputiamo dunque significativa la pubblicazione qui presentata, non soltanto perché approfondisce le vicende umane e artistiche di tre importanti poeti della nostra letteratura dialettale ma anche perché crediamo contribuisca, sulla scia delle precedenti pubblicazioni dedicate a Giuliante, a definire la caratura culturale di questo medico umanista che ancora una volta conferma la sua umiltà, la sua finezza di lettura, la sua speranza nella poesia.
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¹ Il libro, pubblicato in edizione non venale, fu distribuito in occasione della cerimonia di premiazione del Premio “M. Della Porta”, riconosciuto per l’occasione alla memoria di Giuliante.
²La poesia dialettale abruzzese e il contributo di M. Della Porta e Vita e opera di M. Della Porta.
³Collaborò con compositori come Guido Albanese, Antonio Di Jorio e Aniello Polsi, e partecipò a manifestazioni musicali come il Festival della Canzone Abruzzese-Molisana di Vasto e la Settembrata Abruzzese di Pescara.
