Poesie per un anno 298 – Raffaella Spera

di Francesco Paolo Memmo

 

Raffaella Spera (27 novembre 1931 – 5 gennaio 2017), nata a Potenza, insegnante per molti anni nelle scuole italiane all’estero (Medio Oriente e Africa), si è poi stabilita definitivamente a Roma. Ha collaborato con la RAI TV, ha codiretto la Galleria d’Arte Artanciel in via Margutta, la casa editrice Rossi & Spera, una collana di poesia per Carte Segrete.
Ha pubblicato i seguenti libri di versi: «Segni minimi», Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1975; «Differenziato», Lacaita, Manduria 1977; «Zentrum», Carte Segrete, Roma 1979; «Il vantaggio del tratto», ivi, 1982; «Il doppio misto», Nuove Scritture, Milano 1983; «L’acquario», Quaderni di Nuovo Ruolo, Forlì 1984; «Free lance», Carte Segrete, Roma 1986; «La vita che rimane», Casarsa Editore, Roma 2014; «Poesia agli infrarossi», ivi, 2016; «Emigranti di poppa, emigranti di prua», Gangemi Editore, Roma 2016.

Al suo attivo anche un romanzo: «Deserti», Manni, Lecce 2008.
Dopo una prima fase, attenta alla realtà meridionale, da cui Spera proviene non solo geograficamente ma anche culturalmente, riguardata da lontano e dunque anche un po’ mitizzata, già con la seconda raccolta (da cui traggo la poesia che qui oggi propongo) la lingua della poeta lucana si fa più incisiva, più indirizzata verso uno sperimentalismo che ne costituirà più tardi la peculiare cifra stilistica.

Ed è già questa, come ha scritto Mario Lunetta, «una poesia il cui punto nodale è il “soggetto” che certe volte vive rigidamente staccato dall’oggetto, divenendo l’unico polo attivo, altre volte va incontro a decentramenti e dislocazioni molto “casuali”, di lucidità o di emotività distruttiva o di leggerezza perfino “frivola”. Il vissuto è afferrato a brandelli, a frammenti irricomponibili, con febbrile nevrosi. L’angoscia tenta di irridersi: donde un linguaggio saltellante, che spesso si fissa in ossessive elencazioni: tentate quasi come una possibile fuga, una via d’uscita (impossibile), un esorcismo un po’ maniacale».