All’inizio di quest’anno è morto, già da tempo dimenticato dalla cultura ufficiale, Carlo Villa (3 ottobre 1931 – 10 gennaio 2026). Io stesso, che l’avevo frequentato nei primi anni Settanta, quando anche lui si occupava di Pratolini (scrisse per Mursia un «Invito alla lettura» dello scrittore toscano, 1973) ed entrambi collaboravamo a “Paese Sera”, non ne avevo più da tempo notizie e ho saputo con ritardo della sua scomparsa.
Era nato a Roma e aveva lavorato come responsabile del Centro Sistema Bibliotecario del comune. Esordì in poesia con la raccolta «Il privilegio di essere vivi» (Rebellato, 1962), tenuta a battesimo da Pier Paolo Pasolini; due anni dopo dette alle stampe il primo romanzo, «La nausea media» (Einaudi, 1964), dando inizio a un percorso, fra narrativa e poesia, durato un cinquantennio: l’ultima raccolta di versi, «Retrostrato», edito dalla Società Editrice Fiorentina, è del 2017.
Ho citato prima Pasolini. È sua l’osservazione sulla poesia di Villa (nella prefazione a «Il privilegio di essere vivi») che rimane valida anche per tutta la sua successiva produzione poetica: «Villa fa un po’ il poeta scherzoso, alla Erba, alla Risi, alla Fratini, ma invece è serio, complicato, angoscioso e serio. Un altro caso ancora di inquietudine linguisticamente abrasiva, stravolgente». Ed è, la sua, una forma di ironia tutta particolare, una sorta di iper-realismo che, come scrive Antonio Porta, «nasce dal suo modo di deformare con violenza minuziose figurazioni: tutto sembra verissino ed è invece un dipinto mostruoso». Una poesia, infine, nel suo procedere a volte anche bislacco, sanamente dissacratoria.
