Rina Sara Virgillito (29 settembre 1916 – 12 agosto 1996), milanese, insegnante di italiano e latino nei licei, ha svolto una lunga e importante attività di traduttrice: gli «Epigrammi greci», «Il Testamento e la ballata degli impiccati» di Villon, i «Sonetti» di Shakespeare, i «Sonetti dal portoghese» di Elisabeth Barret Browning, i «Sonetti a Orfeo» di Rilke, le «Poesie» di Emiliy Dickinson. La sua prima raccolta di versi, «I giorni del sole», edita a Urbino dall’Istituto Statale d’Arte, è del 1954; le altre si sono succedute, a intervalli anche piuttosto marcati, entro l’arco di un esatto cinquantennio: «La conchiglia» (Sciascia, Catanissetta-Roma 1962), «I fiori del cardo» (All’Insegna del Pesce d’Oro, Milano 1976), «Nel grembo dell’attimo» (Nuovedizioni Enrico Vallecchi, Firenze 1984), «Incarnazioni del fuoco» (Moretti&Vitali, Bergamo 1991), «L’albero di luce» (El Bagatt, Bergamo 1994). Le «Ultime poesie», da cui traggo il testo che qui oggi propongo, scritte nell’ultimo anno di vita dell’autrice, sono state pubblicate postume, a cura di Valentina Fiume, da Lubrina Editore nel 2016.
«Tutta la poesia di Sara Virgillito, dalle prime raccolte a questi ultimi inediti, è una poesia d’amore che si narra attraverso fughe, attese, ritorni, ferite ed estasi. Una poesia spesso percepita come difficile, estremamente colta, dove risuona l’eco dei poeti che lei amava e traduceva». Con queste parole Valentina Fiume avvia il suo saggio introduttivo, sottolineando la natura visionaria di questi versi, l’incessante ricerca sulla parola che Virgillito compie, il tentativo arduo «di rendere la parola corpo, carne viva», per cui alla fine «la parola si fa evocazione, preghiera, invocazione, quasi un tentativo di esorcizzare la propria parte d’ombra», e la poesia, «carica di misticismo ed erotismo», diventa «poesia dell’attesa, della ricerca estenuante dell’Altro».
