Crescenzio Cane (25 settembre 1930 – 13 dicembre 2012), palermitano, poeta e pittore di autentiche radici popolari, spirito polemico e contestativo nei confronti dell’establishment non solo letterario (ha fatto parte dell’Antigruppo siciliano che nella seconda metà degli anni Sessanta e nei primi Settanta promosse tutta una serie di pubblicazioni e eventi di carattere anche politico), è noto per aver coniato (lui, non Sciascia come qualcuno erroneamente crede) il termine “sicilitudine”: «Sicilitudine è una condizione dello spirito. Nel mio saggio del 1959 in cui la definivo scrivevo che scaturiva dalla paura e dalla solitudine che ti assaliva a vivere in Sicilia, terra di illusioni e delusioni, di slanci e di tirannidi: il fascismo prima, la mafia dopo».
In questo contesto, la poesia, gli scritti, la pittura di Crescenzio Cane rappresentano «un frammento vivo della storia […] della Sicilia, e, attraverso di essa ed esemplarmente, del Sud nostro e altrui: dovunque c’è un Sud nel mondo questa storia gli appartiene. La storia non ufficiale, si capisce, omissiva e bugiarda, ma quella della periferia, poco visibile ed oggi più che mai oscurata, la storia degli emarginati e degli oppressi, quella dei poveri di fronte alla storia dei ricchi, quella di chi in definitiva la subisce la storia e alla fine ne paga il conto totale» (Nicola Lo Bianco).
Cito, tra le sue raccolte di versi: «La radice del Sud» (Rebellato, Padova 1960); «La mia terra e la ricerca» (in «Quattro poeti», Tip. G. Pellerito, Palermo 1961); «Papiri» (Flaccovio, Palermo 1965); «La bomba proletaria» (Movimento Anti, Palermo 1974); «Il cuore di Palermo» (Collettivo r, Firenze 1980); «I miei ultimi sett’anni» (Offset Studio, Palermo, 2008).
