Poesie per un anno – 580 – Bruno Di Pietro

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Bruno Di Pietro (5 settembre 1954 – 23 agosto 2026), scomparso un mese fa, ha esercitato a Napoli, dove è nato, la professione forense. Con Gabriele Frasca, Mariano Bàino e Nietta Caridei ha fondato la casa editrice d’If. Numerose sono le sue pubblicazioni. Segnalo, senza pretesa d’esaustività: «Colpa del mare» (Oèdipus, Salerno-Milano 2002), «[SMS] e una quartina scostumata» (D’If, Napoli 2002), «Futuri lillà» (ivi, 2002), «Acque/dotti. Frammenti di Massimiano» (Bibliopolis, Napoli 2007), «Della stessa sostanza del figlio» (Evaluna, Napoli 2008), «Il fiore del Danubio» (ivi, 2010), «Impero« (Oèdipus, Salerno-Milano 2017), «Colpa del mare e altri poemetti» (ivi, 2018), «Baie» (ivi, 2019), «Frammenti del risveglio» (ivi, 2021), «Elea. Quando verrà il passato» (Les Flâneurs Edizioni, Bari 2024)

Il testo che propongo è tratto da quest’ultima raccolta, che si arricchisce in conclusione di un lungo e prezioso saggio di Daniele Ventre che vede in Di Pietro un maestro della “maniera breve”, con l’avvertenza che «tale maniera breve non andrà intesa né come un ritorno di intempestivo ermetismo, poiché nulla più di questa poesia è lontano dall’autoreferenzialità criptica del lirismo, né andrà considerata reviviscenza della forma epigrammatica di un Penna, o sotto tutt’altro cielo, di un Pagliarani ultima maniera, a cui pure somiglia per consonanze esteriori. “Elea”, che si apre su una contemplazione liminare e si chiude con un incipit, è chiusa in un ‘télos’, “cerchio/compimento”, come l’essere parmenideo con cui dialoga in modo irriverente; la breve cerchia di versi di ciascuno dei testi che la compongono, riprende l’essenzialità di questo ‘télos’ nell’essenzialità del dettato stilistico».