Poesie per un anno – 576 – Mario Socrate

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Mario Socrate (18 settembre 1920 – 27 marzo 2012) è stato uno dei massimi ispanisti italiani: a lui si devono studi importantissimi su Cervantes e Machado e le numerose traduzioni da Lope de Vega, Góngora, Garcia Lorca. Come poeta ha esordito in piena temperie neorealista («Poesie illustrate», 1950; «Roma e i nostri anni», 1957), per poi sviluppare una ricerca attenta alle ragioni del linguaggio come strumento di conoscenza e testimonianza di verità. Come ebbe a dire in una intervista del 1990: «Ho cercato in realtà la coerenza e l’unità tra scrittura e vita, linguaggio ed agire, e sempre più sento la parola, la parola poetica e la sua ricerca di verità, come estrema linea di difesa contro l’appiattimento e la barbarie. Anche e forse soprattutto per questo si scrivono versi». E di versi esemplari Socrate ne ha scritti, a partire dalle raccolte sopra citate, e poi in quelle che si sono susseguite a partire dagli anni Settanta: «Manuale di retorica in ultimi esempi» (Marsilio, 1973), «Il punto di vista» (Garzanti, 1985), «Allegorie quotidiane» (ivi, 1991) «Rotulus pugillaris e altre poesie» (Manni, 2004).
Nel 1992, nell’ambito del Festival delle Ville Tuscolane, fu assegnato a Socrate il Premio alla Carriera, con una motivazione che io ebbi l’onore di redigere. La trascrivo qui di seguito:
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Dalle prime prove pubblicate in rivista all’inizio degli anni Quaranta, fino ad oggi, dunque attraversando mezzo secolo di storia, sulla storia continuamente interrogandosi, e sul ruolo del poeta in essa, Mario Socrate ha compiuto una ricerca poetica che lo colloca tra i massimi rappresentanti di una letteratura, un concetto di letteratura, finalmente (felicemente) alternativo alle linee più vulgate.
Nato, come egli afferma in uno dei suoi libri più significativi, “quando tutto / quello a cui nascevamo è / morto”, in un tempo in cui “anche la poesia / non son più i poeti che la fanno / e tutto nasce altrove”, Socrate ha dimostrato che l’esercizio poetico è invece ancora cosa che appartiene ai poeti se i poeti sanno ricercare nella lingua, dentro la lingua, la loro ragione e funzione.
Poeta lucido, razionale, ironico nel senso più etimologicamente vero del termine, Socrate ha sperimentato le infinite possibilità del linguaggio con una sapienza formale che unisce la capacità combinatoria, la completezza degli strumenti retorico-stilistici, la suprema abilità della tecnica versificatoria, alla consapevolezza sempre avvertita dei drammi minimi e grandi che invadono il nostro quotidiano, di cui ci ha offerto mirabili allegorie, e parodie, da un punto di vista che coincide con il luogo dell’intelligenza.
Per questo – e per molto altro, certo – quella di Mario Socrate è una poesia oggi più che mai, anche al di là degli splendidi risultati raggiunti, più che mai oggi necessaria.
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Vorrei da ultimo brevemente soffermarmi sul testo che qui oggi propongo per sottolineare la grande perizia tecnica che Socrate dimostra anche in sperimentazioni metrico-versificatorie. Si tratta di un sonetto che possiamo definire incrociato, o a gruppi dislocati, con le due terzine inserite tra le quartine (ABBA CDE EDC ABBA), con versi che oscillano fra le 11 e le 13 sillabe. Si noti poi come al primo verso (“Né sono tempi che vedi in qualche immagine”) si ricongiunge l’ultimo (“eppur tentato da strutture e presagi. Né”) che ne ripete la sillaba iniziale, ma atonicizzata, sicché il verso risulta sdrucciolo in rima franta coi vv. 1, 4, 11). E quel “Né” finale e isolato, alludendo a un discorso che potrebbe continuare all’infinito, ha la forza di scardinare la gabbia del sonetto, forma chiusa per eccellenza.