Poesie per un anno – 537 – Tommaso Landolfi

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Tommaso Landolfi (9 agosto 1908 – 8 luglio 1979), uno dei più grandi narratori del Novecento italiano, autore di indimenticabili racconti (già a partire dall’esordiale «Dialogo sui massimi sistemi», 1937), capace di maneggiare la lingua come pochi altri (e inventarla, anche, e reinventarla), in uno stile che sa essere barocco e sperimentale, ha esercitato anche la scrittura in versi, pur decidendosi alla pubblicazione in età già avanzata: del 1971 è il «Breve canzoniere» (Vallecchi), del 1972 è «Viola di morte» (Vallecchi; poi Adelphi, 2011), del 1977 «Il tradimento» (Rizzoli; poi Adelphi, 2014).

Sono poesie che costituiscono il diario di un tratto di esistenza in cui si approfondisce la riflessione sulla vita e sulla morte, con cadute precipitose nello sconforto e nel pessimismo della ragione e qualche accensione «di una speranza che osa appena intravedere un vago fantasma lungo i nuvolosi e fuggevoli confini del cielo» (Pietro Citati).

Ma se nel «Breve canzoniere» ancora predominava una vena ironica che percorreva i testi, già in «Viola d’amore» l’ironia «si tramuta in ghigno satanico, in cinismo assoluto, facendo cosî esplodere il delirio pessimistico e narcisistico del poeta» (Ernestina Pellegrini).

Anche ne «Il tradimento», da cui traggo la poesia che qui oggi propongo, Landolfi cerca di colmare attraverso la scrittura «una tremenda voragine esistenziale, che torna a riaprirsi alla fine di ogni poesia, più angosciosa di prima». Così scrive Pietro Citati, aggiungendo che i suoi versi «non volano mai, non cantano mai, non corteggiano mai le grazie dell’immagine e della musica». Nel che consiste, dico io, uno dei suoi pregi maggiori.