L’abruzzese Enzo Marcellusi (19 marzo 1886 – 7 agosto 1962) esercitò l’avvocatura a Chieti, dove si traferì nel 1922. Poeta certamente minore, offre comunque una interessante testimonianza della temperie culturale dei primi decenni del Novecento, fra simbolismo e liberty, suggestioni pascoliane e dannunziane, con esiti prossimi al crepuscolarismo.
Deliziosa, nella poesia che ho scelto per oggi, la rappresentazione di questo salotto d’inizio secolo, con i suoi tessuti, la lacca, il pianoforte, e la dama leggermente incipriata, le musiche di Jommelli e di Beethoven che risuonano – col che siamo proprio, mi sembra, dalle parti di Gozzano.
Le prime raccolte di Marcellusi, quelle che più contano («Il giardino dei supplizi», Prem. Tip. di D. De Arcangelis, Atri 1909; «I canti violetti», G. Romagna & C., Roma 1912; «Intensità. Encausti», Arti Grafiche, Chieti 1920) confluiscono ne «Le poesie» (Carabba, Lanciano 1923), edizione alla quale si rifà il volume delle «Poesie (1909-1923)» che, per le cure di Valeria Giannantonio, l’antico editore Carabba ha voluto dare alle stampe nel 2008.
Nel lungo studio introduttivo, la Giannantonio così riassume l’esperienza poetica di Marcellusi: «La fusione di un’idea composta da norme di coesione tematica e da richiami interni indica la distanza del Marcellusi dal frammentismo impressionista di tanta produzione coeva, nell’unitarietà dell’insieme e nella omologazione dei contrasti.
Alla luce di tali considerazioni, tutto il lavoro testuale di Marcellusi si impone nel suo denso significato di chiarificazione autobiografica, quella stessa che aveva condotto il poeta ad assecondare gli influssi delle svariate tendenze poetiche del tempo, e che ci ha consentito di tracciare un itinerario di convincimenti estetici mediati da una personalissima esperienza di poeta e di uomo, in un incontro di vita e letteratura aperto alla problematizzazione tutta interiore dell’inquietudine e del tormento del nostro primo Novecento».
