Poesie per un anno – 522 – Anna Malfaiera

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

In questa mia quotidiana rassegna ho già molte volte ricordato Anna Malfaiera (26 luglio 1926 – 27 gennaio 1997) e tanto più volentieri lo faccio oggi, nella ricorrenza del centenario della sua nascita. Che ovviamente passerà inosservata (non però nella sua Fabriano, spero), anche se quella di Anna – lo sostengo da sempre – è una delle voci poetiche più importanti del secondo Novecento.
Una poesia che non canta, non racconta, riduce al massimo ogni orpello retorico. Semplicemente: dice. E dice con una perentorietà direttamente proporzionale ai dubbi, alle incertezze, alle contraddizioni che la vita propone. È pensiero che si fa parola. Pensiero che affonda nella propria privata biografia ma che immediatamente si universalizza in forza di una tensione morale fortissima e fortemente contrastiva nei confronti di una realtà sentita come ostile e tuttavia indagata con tenacia e rigore. La poesia come forma di resistenza: “Una resistenza inamovibile”, come suona il titolo di un suo componimento che io eleggerei a titolo dell’intera opera sua.

La quale si sviluppa attraverso le seguenti raccolte: «Fermo davanzale» (Rebellato, 1961), «Il vantaggio privato» (Sciascia, 1970), «Lo stato d’emergenza» (La Nuova Foglio Editrice, 1971), «Verso l’imperfetto» (Tam Tam, 1984), «E intanto dire» (Il Ventaglio, 1991), «Il più considerevole» (Anterem, 1993).

Solo nell’ultima silloge le difese paiono cedere all’urto di un presente avverso sul piano non solo personale, e c’è come l’annuncio di un’inevitavile resa. Ma rimane comunque sino alla fine la volontà di dire perché per Anna – lo so ben io, che ne ho conosciuto la forza e la fragilità – questo era l’imperativo morale: “l’urgenza del dire non ha mai fine”. Anche sfidando la sordità del mondo.