Poesie per un anno – 521 – Pietro Pesciotti

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Più si arricchisce questa mia quotidiana galleria di poeti novecenteschi (noti, meno noti, quasi o del tutto sconosciuti) e più mi accorgo di quanti ancora meritano di essere ricordati: alcuni li ho ben presenti e aspetto soltanto l’occasione giusta per parlarne, altri li scopro io stesso adesso, grazie alla segnalazione di qualche amico o amica.

È il caso di Pietro Pesciotti (9 febbraio 1924 – 1960), la cui conoscenza devo a Gabriella Toro e di cui sono riuscito a procurarmi questa che è, credo, la sua unica, postuma raccolta di poesie (per la verità, il libro si suddivide in due parti e nella seconda trovano posto prose tra il lirico e il riflessivo), anche se di lui sono stati pubblicati quattro volumi di «Scritti postumi 1942-1960» (Union Printing, Viterbo 1986).
Pesciotti, nato a Viterbo, esercitò prima per alcuni anni l’avvocatura, poi, dal 1953, fu magistrato a Biella. Suoi scritti apparvero, prima che decidesse di por fine alla sua esistenza, in alcune importanti riviste (“Tempo di Letteratura”, “Il Ponte”, “Paragone”).
Come poeta, Pesciotti sembra quasi che parli a bassa voce, come rimuginando intorno ai suoi fantasmi, alle sue paure, ai suoi dolori nel vano tentativo (già da lui sentito vano) di esorcizzarli. Così si conclude una delle poesie qui raccolte: «Il pianto antico s’è asciugato, tace. / La mia vita, se chiamo, / non ha altra voce che l’eco di questa / stanza vuota. / Per essa non ho pace»