Italo Rossi (1915 – 21 luglio 2004) nacque a Buenos Aires da genitori liguri emigrati in Argentina. La famiglia tornò in Italia nel 1921 e qui Rossi compì tutti i suoi studi fino alla laurea in chimica conseguita presso l’Università di Genova dove rimase come docente fino al 1977. A Chiavari, dove risiedeva, fondò e diresse un’industria chimica.
Queste le sue raccolte di versi, a partire dal tardivo esordio: «Trampoli» (Carpena, Sarzana 1980), «Fuga di Icaro» (Zappa, Sarzana 1986); «Il molo» (Edizioni del Leone, Venezia 1991); «Prismi» (Campanotto, Udine 1999).
Dalla penultima raccolta traggo la poesia che qui oggi pubblico. Rispetto alle prove precedenti, caratterizzate, anche attraverso il ricorso alle figure del mito, da un’ansia metafisica, in «Il molo» si avverte, come giustamente nota il prefatore Elio Gioanola, un ripiegamento «su temi più prossimi al vissuto esistenziale e, di conseguenza, su tonalità di tipo crepuscolare»; ma ovviamente, aggiunge Gioanola, parlando di tonalità crepuscolare «non s’intende rinviare alla “scuola” primonovecentesca che s’intitola a questo nome, trattandosi nel caso di Rossi di una poetica sicuramente post-ermetica, che nulla ha a che spartire col patetismo e ironismo di quel movimento, ma ci si vuole rifare, in confronto coi modi della raccolta precedente, al caratteristico abbassamento tonale che si esprime significativamente nell’attenuazione della metafora centrale della luminosità, cioè appunto nel passaggio dalla pienezza meridiana al crepuscolo, quello dell’alba come quello del tramonto»
