Poesie per un anno – 470 – Arturo Graf

Recensione di Francesco Paolo Memmo

 

Arturo Graf (19 gennaio 1848 – 31 maggio 1913) è, non solo cronologicamente, pienamente collocabile nel quadro della letteratura ottocentesca, con una poetica addirittura memore della tradizione del primo romanticismo. Ma, anche se forse solo cronologicamente, un piede nel Novecento lo ha messo: delle sue sei raccolte di versi, tre hanno visto la luce nel nuovo secolo: «Morgana» (Treves, Milano 1901), «Poemetti drammatici» (ivi, 1905), «Le Rime della Selva (ivi, 1906). Una qualche (rara) suggestione moderna si sente: qui, ad esempio, nella poesia che oggi propongo, un certo sentore crepuscolare: il lento e sempre uguale trascorrere del tempo, il tedio, quel tanto di apatia che ci opprime, il presentimento della morte, infine, ma attesa senza paura, senza affanno.
Tutta l’opera in versi di Graf fu riunita dopo la su morte nel volume «Le poesie» (Chiantore-Loescher, Torino 1922), con prefazione di Vittorio Cian.