Di Italo Dalmatico (1868-1940) non si hanno molte notizie, se non che era nato a Spalato, in Dalmazia, e, nel clima irredentista d’inizio Novecento, aveva assunto questo programmatico pseudonimo in luogo del suo vero nome, che era Gerolamo Italo Boxich. «Juvenilia», pubblicata nel 1903 a Zara da Enrico De Schönfeld Editore, è la sua unica raccolta in lingua italiana. Dopo la fine della Grande Guerra riprese il suo vero cognome e smise di scrivere nella nostra lingua. Morì a Zagabria.
Glauco Viazzi, nella sua fondamentale antologia «Dal simbolismo al déco» (Einaudi, 1981), lo colloca, nell’ambito della poesia simbolista, tra gli “Elegiaci e intimisti”: «“Juvenilia” raccoglie poematicamente in canzoniere i risultati dell’esperienze le più disparate, si va dal familiare al riflessivo svolto su fatti esterni o condizioni, magari passando dall’intimismo ed elegismo all’adozione di forme ricevute georgiche oppur bucoliche; e si trascorre dalla musicalità fluida degli enjambements alle ridondanti sonorità di un declamato intenzionato a persuadere, netto e scandito. Uno scrivere che usa codici differenti nell’ambito dello stesso sistema, e con una motivazione centrale, quella dell’idea di morte, ora in antitesi con la naturalità e magari con il vivere ed operare umano collettivo, ora come simbologia di una presenza continuata, data per segni cosmologici, figurazioni oniriche, anche definizioni assolute».
Emblematico, anche sul piano formale, il testo che qui oggi propongo: che è un sonetto perfettamente regolare ma, per così dire, nascosto, senza la canonica suddivisione in due quartine e due terzine, e con una serie fittissima di inarcature anche forti che in qualche modo ne depotenziano la struttura.
