Lorenzo Pittaluga (29 aprile 1967 – dicembre 1995) ha pubblicato in vita, senza considerare alcune plaquettes e poesie sparse, un solo libro di versi: «Le ore della sete» (Campanotto, 1994). Afflitto da gravi problemi psichiatrici, si è tolto la vita pochi giorni dopo il Natale del 1995 buttandosi nel vuoto dal decimo piano dell’Ospedale di San Martino, a Genova, durante l’ennesimo ricovero.
Postumi sono apparsi, grazie alla cura e all’impegno di Marco Ercolani ed Elio Grasso: «L’indulgenza» (Graphos, 1997), «La buona lentezza» (Campanotto, 1999), «Al termine di noi» (Joker, 2009) e infine «Sono la foce e la sorgente. Antologia poetica 1984-1995» (Italic Pequod, 2015), con prefazione di Marco Ercolani e postfazione di Filippo Davoli.
«Se è vero che la malattia psichica determina spesso una sensibilità particolare, come se non ci fosse più lo schermo della pelle a riparare dalla percezione esterna del mondo i confini dell’anima e a proteggerla dall’invasione interna dei fantasmi, di questa sensibilità Lorenzo si fa testimone. Volendo fuggire dall’inevitabile cronicità della sua sofferenza psichica – ricoveri protratti, abusi farmacologici, episodi confusionali –, Pittaluga non agisce in modo sommesso ma con un tuffo euforico nell’estasi della poesia e nell’ignoto della morte, pervaso dalla stessa esaltazione con cui raccontava a me, ancora diciassettenne, il delirio di essere santo. […] Per Lorenzo la vita non è mai solo la vita ma la metafora della vita. E oggi, con la sua esistenza assente, esemplifica una verità assoluta: un poeta non può che pensare l’oltre» (Marco Ercolani).
