Poesie per un anno 417 – Silvia Rizzo

di Francesco Paolo Memmo

 

Silvia Rizzo (8 febbraio 1946 – 27 febbraio 2022), romana, ha insegnato Letteratura latina medievale e Filologia medievale e umanistica nelle Università di Perugia e di Roma La Sapienza. Autrice di importanti studi sul latino umanistico («Il lessico filologico degli umanisti», Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1973; «Ricerche sul latino umanistico», I, ivi, 2002), curatrice dell’edizione critica del «Pro Cluentio» di Cicerone (Mondadori, 1991), si è impegnata per anni nella traduzione delle «Res seniles» di Petrarca, curandone, con la collaborazione di Monica Bertè, una monumentale edizione critica in cinque volumi che han visto la luce fra il 2006 e il 2019 per Le Lettere di Firenze.

Dopo essersi messa anticipatamente in pensione, e dopo essersi trasferita a 53 anni in Val d’Orcia, ha potuto coltivare più intensamente la sua passione per la scrittura. Sono nati così i bei racconti pubblicati postumi col titolo «Storie di Val d’Orcia» (Edizioni di Storia e Letteratura», 2023) e le poesie, scritte a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso fino al 2011 e raccolte nell’esile libriccino «Orchidee dell’Amiata» (ivi, 2015).

Esile, il libro, ma ricchissimo di cose e di persone, di natura e di vita: i fiori e le piante, a partire dalle orchidee del titolo, catalogate e descritte nella poesia introduttiva come in un trattato di botanica; gli animali (la capinera, il cane “dagli occhi dolenti”, e altri cani, e un gatto, e una volpe che appare all’improvviso in mezzo al bosco “e in un lampo è sparita”); le persone, infine, che ci accompagnano nella vita o che noi accompagniamo nel loro lento viaggio verso la morte (la madre dell’autrice, qui, in versi di trattenuto dolore), quelle a noi vicine e quelle che magari vivono e muoiono in altre parti del mondo, perché altre e più cruenti storie si svolgono lontano da noi. Al catalogo delle preziose orchidee che inaugura il libro fa da contrasto, nella poesia conclusiva che qui propongo, l’elenco delle cose che un giorno la poeta ha avuto care ma che nel corso del tempo hanno perso valore e possono essere distrutte.

Tutte, tranne la poesia: perché, come è detto altrove, «ogni volta / che il dolore mi preme / e fra marosi ed onde / par s’inabissi il mondo, / qual naufrago alla zattera / mi aggrappo alle parole. // Di nuovo alle parole / io chiedo di aiutarmi / dando un senso al dolore».