Poesie per un anno 411 – Mario Socrate

di Francesco Paolo Memmo

 

Mario Socrate (18 settembre 1920 – 27 marzo 2012) è stato uno dei massimi ispanisti italiani: a lui si devono studi importantissimi su Cervantes e Machado e le numerose traduzioni da Lope de Vega, Góngora, Garcia Lorca.

Come poeta ha esordito in piena temperie neorealista («Poesie illustrate», 1950; «Roma e i nostri anni», 1957), per poi sviluppare una ricerca attenta alle ragioni del linguaggio come strumento di conoscenza e testimonianza di verità.

Come ebbe a dire in una intervista del 1990: «Ho cercato in realtà la coerenza e l’unità tra scrittura e vita, linguaggio ed agire, e sempre più sento la parola, la parola poetica e la sua ricerca di verità, come estrema linea di difesa contro l’appiattimento e la barbarie. Anche e forse soprattutto per questo si scrivono versi».

E di versi esemplari Socrate ne ha scritti, affinando la sua natura di poeta lucido, razionale, ironico nel senso più etimologicamente vero del termine, attento a decifrare i drammi minimi e grandi che invadono il nostro quotidiano, di cui ci ha offerto mirabili allegorie, e parodie, da un punto di vista che coincide con il luogo dell’intelligenza. Lo dimostrano, dopo le raccolte citate, quelle che si sono susseguite a partire dagli anni Settanta: «Manuale di retorica in ultimi esempi» (Marsilio, 1973), «Il punto di vista» (Garzanti, 1985), «Allegorie quotidiane» (ivi, 1991) «Rotulus pugillaris e altre poesie» (Manni, 2004).