Poesie per un anno 409 – Agostino Richelmy

di Francesco Paolo Memmo

 

Agostino Richelmy (25 marzo 1900 – 27 febbraio 1991) fu traduttore (di Fedro e Virgilio, ma anche di Flaubert e Voltaire, tra gli altri) e poeta dalla dizione precisa, netta, elegante, classicamente composta, con lo sguardo sempre rivolto all’osservazione della natura da cui ricavare segnali utili alla decifrazione della nostra esperienza di uomini.

Due le raccolte pubblicate in vita: «L’arrotino appassionato» (Einaudi, 1965) e «La lettrice di Isasca» (Garzanti, 1986), poi confluite nel postumo volume delle «Poesie» (Garzanti, 1992) con una prefazione di Cesare Garboli da cui cito l’inizio: «La prima delle sorprese che si nascondono nella poesia di Richelmy, torinese di grande famiglia patrizia, appartiene al repertorio tematico. È una presenza insolita: le donne. Nelle poesie di Richelmy si parla moltissimo di donne, si cantano le donne, le donne in carne ed ossa; e le donne sono un articolo, come è noto, di cui il grande magazzino della poesia del Novecento, non solo italiana, è quasi del tutto sprovveduto».

Nessuna di queste donne, continua Garboli, «appartiene alla serie o alla classe cosiddetta della donna-simbolo o della donna-fantasma; nessuna di queste donne è una donna-enigma, o una messaggera d’impossiile salvezza celeste e metafisica. Macché: le donne di Richelmy hanno un’identità fisiologica, si fanno riconoscere e desiderare, sono, per intenderci, palpabili».

E, come nella poesia che qui oggi propongo, «c’è un gesto isolato, femminile, che Richelmy ama più d’ogni altro – il voltarsi delle ragazze, lo scatto del viso esposto all’aria, i capelli al sole e al vento. È un gesto impavido, ma timido; il voltarsi è un sospetto, un pensiero; metafora che rinvia all’intensità irripetibile dell’attimo, alla pienezza della vita che sta per essere goduta e persa».