Se digiti su Google il nome di Sante Notarnicola (15 dicembre 1938 – 22 marzo 2021), la prima cosa che leggi è “delinquente e poeta italiano”. Fa un po’ impressione, ma si tratta di una definizione tutto sommato corretta (sempre meglio che: “poeta delinquente”!): Notarnicola è un delinquente – non starò qui a ripercorrerne la romanzesca carriera criminale – che in carcere ha compiuto un lungo percorso di maturazione politica e nella poesia ha trovato una forma di redenzione, cominciando a pubblicare i suoi testi nel 1979 e continuando poi praticamente fino alla morte: «Con quest’anima inquieta» (Edizioni Senza Galere, Milano 1979; nuova edizione, con prefazione di Aldo Nove e postfazione di Goffredo Fofi, Lyriks, Cittanova, RC, 2023), «La Nostalgia e la Memoria» (Giuseppe Maj Editore, Milano 1986), «Materiale interessante. Liberi dal silenzio» (Edizioni della Battaglia / Junk Books, Palermo 1997), «Mutenye, un luogo dello spirito» (Odradek, Roma 2001), «L’anima e il muro» (ivi, 2013), «30 Poesie + 1» (Quaderno Autoprodotto, Bologna 2015), «La farfalla. Versi rubati» (Petite Plaisance, Pistoia 2015), «Versi elementari» (Lyriks, Cittanova, RC 2020).
Del 5 settembre 1979, a proposito del primo libro e della poesia che qui propongo, è la lettera di Primo Levi che mi pare giusto citare per intero:
«Caro Notarnicola, ho ricevuto le tue poesie solo adesso, alla riapertura degli uffici di Einaudi presso cui giacevano. Le ho subito lette con partecipazione intensa.
Tu mi conosci quanto basta per sapere che io non sono d’accordo né con l’introduzione del volume né con la premessa. La tua dedica mi ha toccato, e te ne ringrazio, ma non posso accettare l’equiparazione del carcere coi Lager. So bene (e i tuoi versi ne rendono tremendamente l’angoscia) quanto sia duro essere privati della libertà, ma in Lager questa era l’ultima delle sofferenze, percepibile solo nelle poche ore di tregua: prima venivano la fame, il freddo, la fatica, l’isolamento, la morte intorno. In Lager, solo ad Auschwitz, morivano 10000 persone al giorno e queste non avevano commesso altra colpa se non quella di esistere. Il Lager non era una punizione; non c’era traccia di giustizia, neppure di quella giustizia borghese che tu, a ragione o torto, rifiuti, e che certo, nel tuo caso, non sa riconoscere quanto tu sia migliore delle tue teorie, e quanto sproporzionata la misura della pena a quella della colpa.
Detto questo, devo subito aggiungere che le tue poesie (alcune come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte; alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, e che perciò la poesia costa cara. L’altra, quella non sofferta, di cui ho piene le tasche, è gratis. Memorabile fra tutte, addirittura miracolosa per concisione e intensità è “Posto di guardia”. Ti ringrazio per avermele mandate: le rileggerò, le farò leggere e ci penserò sopra. Pensaci sopra anche tu: forse lo scrittore è il tuo destino e (in molti sensi) la tua liberazione».
