Giovanni Campus (30 maggio 1930 – 24 gennaio 2019), nato in Romagna da genitori sardi poi tornati a vivere in Sardegna, compie gli studi liceali a Sassari, si laurea a Cagliari, collabora al quotidiano «La Nuova Sardegna» come critico cinematografico, poi per molti anni si dedica all’insegnamento nei licei: prima a Sassari, poi in Toscana, poi ancora a Tivoli, infine a Roma dove si trasferisce a metà degli anni Sessanta del secolo scorso.
Fra il 1983 e il 2018 pubblica sei raccolte di versi: a «Salmo notturno» (Laterza, 1983), da cui traggo la poesia che qui oggi propongo, seguono, tutte pubblicate dalla casa editrice sarda Edes, «Mediterranee (2003), «Quotidiane» (2007), «Poeti in assemblea» (2010), «Astronomica» (2013), «Prologo» (2018).
Quella di Campus è una poesia potente, fortemente scandita, con un incedere quasi solenne, comunque sempre controllato. Del suo valore salvifico – di resistenza al male, alle ferite, alle rovine della storia – Campus è incrollabilmente convinto, come afferma in uno splendido, breve testo della sua seconda raccolta: «Questo rimane dell’antica Troia: / il verso del poeta, che solleva il dolore degli uomini sull’onda / del tempo perché nulla / venga dimenticato, perché a tutti / risponda quell’eterno / mistero che ci chiude prigionieri / nella storia del mondo. Ma sul colle / tormentato, trafitto / dalle rovine resta solo il vento».
