Il 10 febbraio 1983 moriva Vittorio Sereni. Lo ricordai il mese dopo in un articolo che uscì su «Paese Sera» l’11 marzo e che qui riproduco. Vittorio è stato per me un grande amico e grande è il debito che ho contratto con lui soprattutto per quanto riguarda la lezione, che a lui veniva dagli amati Saba e Montale, su ciò che la poesia deve esprimere: una urbana decenza.
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«Tutto, si sa, la morte dissigilla. / E infatti tornavo, / malchiusa era la porta / appena accostato il battente. / E spento infatti ero da poco, / disfatto in poche ore. / Ma quello vidi che certo / non vedono i defunti: / la casa visitata dalla mia fresca morte, / solo un poco smarrita, / calda ancora di me che più non ero, / spezzata la sbarra / inane il chiavistello / e grande un’aria e popolosa attorno / a me piccino nella morte, / i corsi l’uno dopo l’altro desti / di Milano dentro tutto quel vento».
Questi i versi di Vittorio, ricordati e subito scacciati dalla mente quando sono entrato nella sua casa a rendergli l’ultimo saluto. I poeti non si ricordano coi loro versi, mi sono detto: me lo aveva insegnato lui per primo che non è lecito confondere la vita (tantomeno la morte) con la letteratura.
Perciò mi ero costretto a non rileggere i suoi libri: un vuoto esercizio di retorica, un inutile rito. Eppure quei versi continuavano a ronzarmi nelle orecchie lì, in casa sua, la sera.
E poi la mattina seguente, aspettando di sotto insieme a tanta altra gente, nel freddo e nel vento di Milano, il dolore si scioglie nel sorriso rammentando un altro suo verso: «Ero, come sempre, in ritardo».
Infine a Luino, la sua Luino dove ora riposa «stupefatto nel marmo», mentre «decresceva alla vista, spariva per l’eterno», di nuovo si fa strada la poesia: «Sono / quasi in sogno a Luino / lungo il muro dei morti».
Il baco della letteratura… Ma come altrimenti parlare di Vittorio Sereni dopo che altri prima e meglio di me lo hanno fatto (anch’io «come sempre in ritardo»), senza cadere nella trappola della retorica, e però sapendo che quella trappola è sempre in agguato, che prima o dopo ci si cade vergognosamente dentro?
Anche adesso, contravvenendo alla regola che mi ero imposto, e ho riaperto un suo libro, e ho riletto, e trascrivo come ultimo mio addio a lui il suo addio “a un compagno d’infanzia”:
«Addio addio ripetono le piante. / Addio anche a me tocca ora dirti / con la stessa tenerezza / e intensità, con la stessa / umiltà delle piante / che a stormire però continueranno / fuori dallo sguardo immediato».
Vittorio, lo so, disapproverebbe. Poiché sapeva commuoversi, odiava la commozione. E detestava ogni forma di celebrazione, lui così discreto, così schivo e riservato nell’espressione dei propri sentimenti.
Ci volevamo bene, e non ce lo siamo mai detto, se non una volta, quasi per caso ed entrambi arrossendo, seduti a un tavolino di uno squallido bar qui a Roma, tornando (ironia della sorte) da un funerale, come se soltanto la morte, appunto, potesse squarciare il velo del pudore.
Il fantasma di quell’amico comune attraversa ora l’ultimo libro di Sereni: «Quattro settembre, muore / oggi un mio caro e con lui cortesia / una volta di più e questa forse per sempre».
Sarà contento, Vittorio, che io ora lo ricordi insieme con Niccolò; anche il loro colloquio non si era mai interrotto: «Resta dunque con me, qui ti piace, / e ascoltami, come sai». O insieme col loro amico Elio, quello che in sogno riappare a Bocca di Magra, nel “posto di vacanza”, e chiede: «Tu che ci fai in questa bagnarola?». «Ho un lungo conto aperto», gli risponde Vittorio. «Un conto aperto? di parole?». «Spero non di sole parole».
Ormai sono dentro fino al collo nel gioco delle citazioni che volevo evitare. Si confondono la memoria personale e la sua poesia, che è di affetti e di luoghi, e tanto più per questo radicata nel qui e nell’ora del tempo inquieto che viviamo, fitta di dubbi e interrogativi, di domande che spesso girano a vuoto perché le risposte sono o impossibili o inadeguate; ma una poesia che non rinuncia alla colluttazione («là è la provocazione e la sfida»), non rinuncia al tentativo caparbio di capire e di dire, di testimoniare sia pure le contraddizioni e le sconfitte, ma in ogni caso di confrontarsi col presente della vita e della storia.
Sereni sapeva che questo, e solo questo, può essere il compito della poesia, ma sapeva anche che la poesia da sola non basta, non ce la fa a vincere la sua partita con la vita («Si fanno versi per scrollare un peso / e passare al seguente. Ma c’è sempre / qualche peso di troppo, non c’è mai / alcun verso che basti / se domani tu stesso te ne scordi»); e tuttavia va fatta, la poesia, e va vissuta, la vita, per dar voce non alle demenziali speranze che ci illudono, ma alle nostre paure e angosce, perplessità e sgomenti, al nostro estremo bisogno di trovarla, una volta o l’altra, la strada giusta: «Guidami tu, stella variabile, fin che puoi…».
