Angelo Casè (16 dicembre 1936 – 10 marzo 2005) è un poeta svizzero-italiano che, partito da una posizione che rimandava variamente al simbolismo, all’ermetismo, al surrealismo francese, ha presto trovato un proprio percorso di conoscenza del mondo attraverso l’esplorazione del paesaggio, delle figure, dei miti della propria infanzia, e poi dell’esistenza intera nei suoi complessi nodi e grovigli, con un procedimento discorsivo, come ha scritto Pier Vincenzo Mengaldo, che si svolge «secondo una razionalità (o meglio: cumulo di “intuizioni ragionative”) obliqua e contorta, difficoltosa. È un affabulare che sposta o moltiplica continuamente i propri oggetti, senza riuscire ad afferrare una realtà ingrata. Da ciò la sensazione, che il lettore ha, di un’affannosa serialità in cui ogni testo corregge il precedente e quasi vi monta sopra; e di una lingua mai rifinita e definitiva, né mai autonoma ma piuttosto strumentale. Qui consistono il limite ma anche il fascino di questo poeta».
Il suo esordio risale al 1960 («Il Silos», Carminati, Locarno). Seguono: «I compagni del cribbio» (Mondadori, Milano 1965), «Le precarie certezze» (Cenobio, Varese-Lugano 1976), «Al dunque» (Il trespolo, Lugano 1986), «Fuori tiro» (Rasa, Locarno 1990). L’ultima raccolta, «Taedium vitae», già pronta per la stampa quando Casè è venuto a mancare, è stata pubblicata da Giampiero Casagrande Editore l’anno stesso della morte.
Si tratta davvero di un libro testamentario. «La raccolta poetica riprende, fin dal titolo, una tematica cara al pensiero leopardiano. Ma qui il fastidio per il quotidiano, l’oppressione del tempo, la perdita dei valori e dei sentimenti assumono un significato più aspro – perché la componente pessimistica nasce da un’esperienza di lotta contro il dolore fisico – e al tempo stesso più vitalistico, perché va al di là dell’esame di coscienza e dell’investigazione personale, per assumere un valore inesorabile e definitivo» (Raffaella Castagnola).
