Sebastiano Satta (21 maggio 1867 – 29 novembre 1914), dopo essersi laureato in giurisprudenza all’Università di Sassari, divenne uno dei più noti avvocati di Nuoro, la città dov’era nato.
Socialista della corrente umanitaria, e repubblicano, fondò nel 1893 con Gastone Chiesi il quotidiano «L’Isola» che cessò le pubblicazioni dopo solo un anno. Nel 1908 fu colpito da una emorragia cerebrale che lo lasciò paralizzato, per cui dovette abbandonare la professione. Da allora e sino alla fine della sua, peraltro breve, vita si dedicò esclusivamente alla poesia.
In poesia aveva esordito nel 1893 con un libro collettivo («Nella Terra dei Nuraghes. Versi di Sebastiano Satta, Pompeo Calvia, Luigi Falchi», Dessì, Sassari 1893) seguito nello stesso anno da «Versi ribelli» (Gallizzi, Sassari). Ma le sue due più importanti raccolte sono «Canti barbaricini» (La Vita Letteraria, Roma 1910) e i postumi «Canti del salto e della tanca» (Il Nuraghe, Cagliari, 1924), poi ristampati, a cura di Mario Ciusa Romagna, in unico volume e con il titolo «Canti» (Mondadori, Milano, 1955 e 1980; una più recente edizione, del 1996, si deve alle cure di Giovanni Pirodda per l’editore Ilisso di Nuoro).
Satta risente con ogni evidenza dell’influsso carducciano, mitigato da una certa impronta pascoliana, ma radica fortemente la propria poesia nella realtà della terra che gli ha dato i natali, descritta con toni realistici nella storica condizione di miseria ma anche con l’orgoglio di chi si sente figlio di un popolo che possiede una grande capacità di riscatto: «Se l’aurora arderà su’ tuoi graniti / Tu la dovrai, Sardegna, ai nuovi figli. / A questo: a quanti cuori / Vegliano nella tua ombra, aspettando! / O fratello, e tu primo alla vittoria, / Da’ il grido dai vermigli / Pianori: Agita il palio…».
Anche per questo i sardi hanno fatto di lui, già lui ancora vivo (ai suoi funerali una folla enorme accorse da tutta l’isola), un vero e proprio mito.
I «Canti barbaricini» si chiudono con una sezione (i dieci «Canti dell’ombra») dedicata alla figlia Raimonda (detta Biblina) nata nel febbraio 1907 e morta solo pochi mesi dopo: un dolore da cui Satta non seppe più riprendersi e che gli ispira versi anche feroci (contro se stesso) come quelli della poesia che qui oggi propongo.
