Poesie per un anno 219 – Velso Mucci

di Francesco Paolo Memmo

 

La raccolta postuma «Carte in tavola» (Feltrinelli, 1968) riunisce tutte le poesie di Velso Mucci (29 maggio 1911 – 5 settembre 1964): quelle pubblicate in vita nell’«Età della terra» (1962), altre che erano rimaste inedite, e in aggiunta le traduzioni da Baudelaire, Aragon, Maiakovski, e Nazim Hikmet. Nella prefazione, Natalino Sapegno definisce la parabola di Mucci come quella di un intellettuale che procede «da un’amara radice decadente a un’ansia e a un presentimento di canto pieno e liberato, ancora contraddetto e soffocato in germe dal peso delle memorie e dal senso di un destino incompiuto».
Frequentatore delle avanguardie storiche, formato alla scuola razionalista di Gobetti e Gramsci, Mucci è, fra i poeti che si formarono nella temperie neorealista, quello che più e meglio riesce a coniugare europeismo e comunismo, e si muove, come ha scritto Fortini, fra «monologo privato» e «dichiarazione pubblica», nei versi soprattutto delle due raccolte «L’umana compagnia (1953) e «Oggi e domani» (1958), entrambe confluite ne «L’età della terra», in cui agisce un’autentica passione politica, sicché la letteratura e l’azione si uniscono in uno stretto connubio («L’azione letteraria» si intitola significativamente una sua raccolta di saggi, del ’58).
Qui però oggi voglio proporre un testo molto giovanile, ancora ingenuo e acerbo, a testimonianza della sua precoce fedeltà all’esercizio della poesia.
L’opera poetica di Mucci è stata riproposta in «Tempo e maree. Poesie scelte 1930-1964», a cura di Massimo Raffaeli, Fermenti, 2009; e, ancora più recentemente, in «C’è ancora molto sulla Terra», a cura di Alberto Alberti e Nicola Vacca, L’ArgoLibro, 2021.