Poesie per un anno 200 – Elsa Morante

di Francesco Paolo Memmo

 

Forse fu l’ultimo articolo che scrissi per «Paese Sera» quello su Elsa Morante (18 agosto 1912 – 25 novembre 1985) in occasione della morte. Uscì il 26 novembre col titolo «Una storia di felicità e di dolore». Lo ripropongo oggi (anche se oggi ne celebriamo la nascita), chiedendo scusa per la lunghezza. Ai libri di cui lì si parla va aggiunto «Alibi», la raccoltina pubblicata da Longanesi nel 1958 e più volte ristampata (da ultimo nella collana ET Poesia di Einaudi nel 2012).

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Per ricordare Elsa Morante, la grande scrittrice che ci ha lasciati (questo 1985 è stato un anno funesto per la nostra letteratura: con Bacchelli abbiamo perso un patriarca; con Calvino e la Morante due tra le pochissime voci che sentiamo veramente vicine, “contemporanee” nel giusto senso del termine), si potrebbe partire, seguendo il naturale ordine cronologico, dai racconti de «Il gioco segreto», pubblicati nel 1941 e poi in parte confluiti ne «Lo scialle andaluso» (1963), ma scritti a partire dal 1935; o ancora prima, da quando, a soli tredici anni, la Morante (nata nel 1912) ideava «Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina», ugualmente stampate nel 1941.

Oppure si potrebbe subito cominciare con «Menzogna e sortilegio», il suo primo e già perfetto romanzo, che nel 1948 la rivelò all’attenzione della critica e che ancora oggi molti considerano la sua prova più riuscita; o con «L’isola di Arturo», del 1957, il libro che personalmente più amo, il suo primo che lessi – e fu come una folgorazione, un momento di consapevolezza e di passaggio ad una diversa fase dell’esistenza. Si potrebbe però anche procedere a ritroso, da «Aracoeli» (1982), che è il suo ultimo libro e un po’ anche il suo testamento di scrittrice; o addirittura da «La storia», che nel 1974 rappresentò l’avvenimento letterario dell’anno dividendo la critica, come era naturale, in due opposte fazioni ma meritando uno straordinario successo di pubblico.

Preferisco invece porre al centro di questa sommaria ricognizione un libro di poesie, anzi di “poemi” e “canzoni”, che è anche, certo, “romanzo”, ed è anche, come la Morante voleva, “autobiografia”: dico, «Il mondo salvato dai ragazzini», uscito nel ‘68, in pieno Sessantotto (ero andato a rileggerlo, nei giorni scorsi, ripensando a quell’anno, pensando a questo, ai ragazzi che eravamo allora e ai ragazzi che oggi sfilano per le strade). Chi erano i protagonisti di quel libro? Erano, appunto, i “ragazzini”, i Felici Pochi che sono il “sale della terra” e nei quali può essere riposta la speranza del mondo da salvare; a loro si oppongono, con tutte le armi possibili, dalla repressione all’indifferenza, gli Infelici Molti che detengono il potere, che hanno consegnato ai ragazzi un mondo talmente inabitabile da costringere molti di loro a quella “fuga dalla vita” che può essere il suicidio o la droga ma che in ogni caso fa comodo al Potere. I Felici Pochi sono quelli che resistono, che sanno guardare il mondo con occhi non ancora viziati; e ci riescono, quando ci riescono, proprio in quanto ragazzi: perché “diventare adulti” è il vero rischio.

Non a caso, i personaggi indimenticabili della Morante sono quelli non ancora diventati adulti, o che non lo diventeranno mai perché muoiono prima (e qui, ne «Il mondo salvato dai ragazzini», ce n’è uno, Pazzariello, che li riassume un po’ tutti e che viene eliminato, perché pericoloso, in una “camera a pressione”), o che comunque, alla maniera dei santi e dei poeti, si ribellano al falso mito della felicità propagandato dagli Infelici Molti.

È questo il filo che lega tra loro, pur nella diversità delle riuscite e dei registri sperimentati, le opere della Morante, e che apparenta Elisa di «Menzogna e sortilegio» a Arturo de «L’isola», Useppe de «La storia» a Manuele di «Aracoeli». La vera colluttazione, il nodo su cui occorre riflettere, è dunque quella tra verità e menzogna, come appunto sa Elisa, la protagonista del primo romanzo: la quale, rimasta sola, unica sopravvissuta al naufragio di un’intera famiglia, ripercorre impietosamente le fila travagliate di quella storia per portare alla luce la menzogna in cui i suoi familiari si erano rifugiati, e dunque per smascherarli e per smascherarsi insieme a loro; anche se poi la stessa Elisa, nonostante il vitale bisogno di sincerità che la muove, rimane invischiata nelle maglie della finzione.
In «Menzogna e sortilegio» Elisa è narratrice e testimone della vicenda; ne «L’isola di Arturo», Arturo è narratore e protagonista, e la storia rinuncia al complicato intreccio del libro precedente per assumere toni più vicini a quelli della favola, della fantasticheria, del mito. C’è un’isola, che si chiama Procida ma ha contorni assolutamente immaginari, e quest’isola è la “menzogna” entro cui vive Arturo. Reso adulto dalla caduta dei miti e delle illusioni (la figura paterna, la matrigna per la quale prova dapprima odio, poi un amore impossibile), Arturo decide di abbandonare l’isola proprio mentre sta per scoppiare la guerra: decide cioè di andare verso la realtà, la storia, ma portandosi dietro una nuova illusione, perché la storia non è quella che egli immagina ma “un orrendo formicaio di sfaceli”.

«L’isola di Arturo» rappresentò, sul piano dei contenuti e dello stile, un momento importante anche in rapporto agli anni in cui apparve, ancora dominati dal neorealismo. È stato notato da molti critici come la Morante vada continuamente in direzione opposta a quella delle tendenze letterarie egemoni: così «La storia» recupera moduli neorealistici in un’epoca in cui il neorealismo è morto e seppellito (ma è giusto quanto ha notato Eugenio Ragni, e cioè che «si tratta di un anticonformismo niente affatto calcolato: e basti a dimostrarlo la sostanziale coerenza interna dell’opera morantiana»). Non deve stupire, perciò, se il libro del 1974 ha suscitato reazioni così contrastanti. Devo confessare di essere fra coloro ai quali «La storia» è parso rappresentare un passo indietro nella carriera della Morante, proprio per quell’eccesso di commozione e di sentimentalismo che sono stati alla base del suo enorme “indice di gradimento” da parte del pubblico. E tuttavia va riconosciuto, come ha scritto un altro studioso della Morante, Angelo R. Pupino, che «“La storia” è comunque opera di uno scrittore di razza, che ha affrontato con notevole coraggio e grande coerenza la scommessa di scrivere, oggi che il romanzo si dà per agonizzante, addirittura un romanzo di ispirazione e destinazione popolare, patendone fino in fondo tutti i rischi». In ogni caso, attraverso la vicenda del bambino Useppe, la Morante ripropone il discorso che la caratterizza, degli innocenti destinati a divenire vittime della storia.

In prospettiva mutata, e con risultati che sono di nuovo fra i più alti raggiunti dalla scrittrice, quel discorso prosegue nell’ultimo romanzo, «Aracoeli», dove ancora la lente di ingrandimento è puntata sui complessi, ambigui rapporti familiari: in questo caso, tra la madre, Aracoeli, e il figlio Manuele, non più però, questa volta, dal punto di vista del bambino ma da quello della madre, sulla quale si concentra il racconto e intorno a cui tornano a convogliarsi i motivi di sempre della Morante, le sue utopie.

Non c’è più tempo, adesso, di riordinare gli sparsi appunti: mi accorgo di aver detto poco o nulla, ad esempio, sulla qualità della scrittura morantiana, sempre un poco allucinata, capace di accensioni liriche e di improvvise, folgoranti ironie; che sa essere di volta in volta fredda e distaccata oppure emotiva al punto di provocare un’immediata adesione fra personaggi e lettore. Ma Elsa Morante è di quegli scrittori che non cesseranno mai di parlarci, e con i quali il discorso rimane sempre aperto. Voglio però citare quattro suoi versi, come un estremo omaggio: «E adesso, o voi che avete ascoltato queste canzoni, / perdonatemi se sospiro ripensando / a quanto era stata semplice / la mia vita».