Vico Faggi (13 febbraio 1922 – 18 gennaio 2010), drammaturgo, traduttore dal greco e dal latino, è un altro di quegli ottimi poeti rimasti praticamente sconosciuti al già esiguo pubblico della poesia.
Le sue non rare raccolte sono di difficile reperibilità, compresa l’unica pubblicata con un grande editore e da cui traggo oggi il componimento che qui pubblico.
Il verso di Faggi ha un andamento sempre di classica compostezza, un atteggiamento riflessivo rispetto ai temi della realtà e della memoria che si propongono.
Continuo è il confronto con i classici (con l’inserto, spesso, di versi in latino, ma anche di altre lingue), ma sempre presente è anche la lezione tutta moderma di Montale da cui, come scrive Lanfranco Caretti nella prefazione a «Fuga dei versi» (Garzanti, 1986), «Faggi sembra proprio derivare, oltre la lezione etica e l’esemplare asciuttezza del verso, la suggestione del transito dagli autobiografici “Ossi” al simbolismo delle “Occasioni”».
E quindi, conclude Caretti: «L’esito di questa congiunzione di varia umanità e di calibrata ars retorica è una poesia di mobile sensibilità ricettiva, ma anche di fermo tono morale e intellettuale rigore: testimonianza in definitiva di un gusto ben addestrato, mai però astrattamente compiaciuto, e di una coscienza generosamente inquieta e tuttavia saldamente padroneggiata».
