Faut-il partir? rester? Si tu peux rester, reste: / pars, s’il le faut. Così Baudelaire e, prima di lui tra i moderni, Leopardi: … Ahi, ahi, ma conosciuto il mondo / non cresce, anzi si scema, e assai più vasto / l’etra sonante e l’alma terra e il mare / al fanciullin, che non al saggio, appare.
Sullo stesso tema – fatte le dovute differenze – ritorna Vincenzo Luciani in un’accezione tutta sua, originale. Perché, certo, tutto il mondo è paese – e a questa conclusione era già giunto suo padre che la necessità e le vicende della vita avevano sballottato qua e là per mezza Europa; ma nella cognizione del poeta c’è la riscoperta di una civiltà contadina, con i suoi umanissimi valori, che la cosiddetta modernità ha imbrattato e devastato. Lo si legge in luminosa trasparenza nella prima poesia della silloge, che è, poi, anche quella che ci fornisce la chiave interpretativa di tutta l’opera o, almeno, delle prime due sezioni. I boschi, il mare e i colli di Ischitella – dice il poeta – sono così belli visti dalla Villa, che non serve che te ne vada a Milano, a Torino, in America, in Germania per voler ritornare da dove sei partito, e capire che tutto il mondo è paese. Noi ci diamo il buongiorno, ci chiamiamo per nome; voi non vi salutate, non conoscete i dirimpettai; tutta la gente vi è indifferente, anche se state con essa a porta a porta. Noi rimiriamo tutto il giorno il mare e buttiamo un’occhiata su alle stelle; voi non sapete dove sta il cielo.
Non è un generico, moraleggiante sentenziare: al contrario, tale atteggiamento scaturisce da una sofferta esperienza storica, come quella che negli anni ‘60 provocò l’esodo biblico di tanti meridionali verso le regioni industriali del Nord.
E tra quanti lasciarono la loro “terra rubata alle pietre” c’era anche il poeta. Dda terra a ziche a ziche ammuntunate, / e pe tanta macere affruttecate; / sanghe e sedore jettate, / allassacrese abbandunate, / pe negghie e neve scagnate, / scurdate, / rinnehate, / murtefecate. (Quella terra a poco a poco ammassata / e da tante macere sostenuta; / sangue e sudore sprecato, / all’improvviso abbandonata, / con nebbia e neve scambiata, / dimenticata, / rinnegata, / mortificata).
Poi, dopo tanti anni il ritorno. Ji cammine e cammine secutanne / pedate antiche nt’i carrare: / quanta quante macere sckuffulate; / e tratture affenzate / da sti cane arraggiate / d’i patrungine nove / che réule e crianze cchiù nun sanne. // E camine e camine che me sperde: / nd’i voske abbandunate, / cambagne spatrunate: addone i ruvetale – manghe i cane! -, móccechene pide e mane. (Io cammino e cammino seguitando / orme antiche nelle carraie: / quante quante macere franate: / e tratturi imprigionati da filo spinato / da questi cani arrabbiati / dei nuovi padroncini / che regole e creanze più non sanno. // E cammino e cammino, io mi perdo: / nei boschi abbandonati / nelle campagne spadronate / là dove i rovi – neppure i cani! – mordono piedi e mani).
Il fatto è che nel frattempo anche i paesi del Sud si sono aperti al mondo: de bon gré o malgré hanno conosciuto la modernità, ma spesso nelle sue forme più perverse. E allora si piange sulla devastazione, morale e materiale. E perciò risuonano anacronistiche le parole di P.P. Pasolini che, nell’introduzione all’antologia Poesia dialettale del Novecento (1952), sosteneva che proprio nelle regioni più a lungo rimaste isolate “i poeti, confinati in solitudini paesane”, si lasciano spesso sedurre dalla tentazione di “esasperare il loro naturale affetto per la terra che li ha visti nascere”, rassegnati all’idea che la grande storia “passa solo per il centro ed esclude le aree marginali”: sicché essi si consolano “con un’epica della miseria, dell’abbandono, del lavoro”.
No, qui non c’è alcuna consolazione. E ’ssamme chiagne / cume a nu criature / senza mutive. E nun me cunzulanne. / Ji vogghje chiagne accume u tempe / chiove, che tutte a notte chiove, / e crammatine scampe e jesce u sole; / ji m’arruspegghje e nun me facce ammente. (E lasciami piangere / come un bambino, / senza motivo. E non mi consolare. / Io voglio piangere come il tempo / piove, che tutta la notte piove, / e domattina smette ed esce il sole; / io mi risveglio e non mi ricordo).
Nostalgia? Per tanto tempo questo sentimento è stato ostracizzato dalla critica che si è esercitata sulla poesia in dialetto. Ma i sentimenti non sono, di per sé, né poetici, né impoetici. “Fèmene scketeddane / so’ turnate a nzertà pagghje de grane / angenedute da dd’acque e da i mane. […] // Na vote jéve cònnele, mò chiene / d’a dote de na zite, / mò addurose de pane / ce ne veneve d’o furne: / cuscì fise ‘o cunzole / accumbagnave a vite / d’i fèmene e de dd’ùmmene…” (Donne ischitellane / sono ritornate a intrecciare paglia di grano / ammorbidita dall’acqua e dalle mani. […] // Una volta era culla; un’altra piena / della dote di una sposa, / una volta odorosa di pane / ritornava dal forno; / e così fino al consolo, / accompagnava la vita / delle donne e degli uomini).
Qui, dunque, se di nostalgia si tratta, essa ricuce in leggerezza i rimasugli dei ricordi: per ritessere la tela di un mondo che non c’è più. Ma rivive nella poesia.
Nicola Fiorentino
Vincenzo Luciani, La cruedda, Edizioni Cofine, 2012