Pietro Stragapede: ’Nzià-mè

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Scrive l’Autore nella nota introduttiva:“Per renderci conto di quanto è bello e vivo il nostro ’Nzia-mè’ proviamo a tradurlo in italiano: “non sia mai che”… oppure “non accada mai che…”; l’augurio si perde in un giro di parole che finisce per diluire la carica beneaugurante di chi lo pronuncia e quasi si disperde. ’Nzia-mè’, invece, nella sua brevità ed essenzialità, colpisce per la sua forza espressiva, che accomuna chi pronuncia l’augurio col destinatario dello stesso.” Questa è la ragione del dialetto, un linguaggio che “accomuna”, ancor di più “fa da tramite” rinunciando quasi a vivere per sé stesso, ma acquistando valore “relativo” nella comunicazione tra due persone, che si fanno prossime per mettere in comune (curiosa l’assonanza con nzième – insieme – di altri dialetti) la reciproca esistenza e presenza qui ed ora, in un dato tempo e luogo. Non in contrasto, dunque, ma accanto alla nostra lingua condivisa perché sia compresa da Nord a Sud, isole comprese, occorre conoscere, far conoscere e custodire i dialetti; la lingua nazionale è benedetta, ma di più i dialetti, che alcuni trattano ancora solo come archeologia linguistica o linguaggio malinconico del bel tempo andato.

Non è così per Stragapede: Lui conosce il dialetto non solo perché lingua dei suoi genitori, ma per averlo appreso e curato, nelle frequentazioni quotidiane, negli approfondimenti dei nuovi inizi, grazie alla sua bella professione, che lo portava ogni volta a ricominciare, a tornare bambino curioso e aperto alle novità:“Ora che sto andando avanti negli anni / più del frutto vado alla ricerca del fiore.” esprime lo stupore infantile che osserva il fiore – l’oggi della pianta di melograno – e non pensa al domani, al frutto, quale che sia la stagione della vita. Aprendo larghi occhi bambini sulla terra e sul cielo, si assorbe il mistero del tempo presente, che si tramuta durante i sogni in ciò che protegge, con la delicatezza di un abbraccio materno “Dove va a finire / la luna / quando scompare?… in punta di piedi / ci penetra dentro / e si frammenta / in mille fili di luce. / Li tesse / al telaio del cielo / e crea / uno scialle blu / punteggiato di stelle gialle. / Con quello / ci copre con delicatezza / ogni volta che sogniamo.”

Accade così, quello che gli anni di insegnamento hanno preparato e permesso: leggendo un libro all’ombra “giovane” (appunto) di un ulivo – libro scritto dall’inchiostro e riscritto dalla rugiada e dal vento – Stragapede sente il desiderio di “berlo” perché divenga sostanza di sé, e per quella ‘ngruciataure (la densità di una parola dialettale, che necessita di tre parole in lingua!), quasi un “crossingover” cromosomico che rimescola i geni, subisce una mutazione: da lettore diviene oggetto di lettura “Un venticello verde / le parole / le capovolge / e le disperde nell’aria / e mi porta con sé / sulla biforcazione del tronco. (e me ne puorte cu idde / saupe a la ’ngruciataure. ) ”Da “centro del” mondo a “vivente nel” mondo!

Con la stessa percezione, “Quando sei solo / chiudi gli occhi / e penetra nei meandri / nascosti nel corpo. / Vai in profondità / come un contadino / quando fa lo scasso / fino ad arrivare alle radici.” (cume nu zappataure / ca fosce u scasse / e arrèive a re radèisce.) Ancora una volta i suoni dilatati e aperti del dialetto ruvese, da soli esprimono l’apertura non violenta della terra in profondità, metafora della consapevolezza di sé, faticosa, ma naturale; sottolineando ancora, nella figura del contadino, sposo e padre di donna figli terra e piante, la vera e mai perduta – anche se dimenticata – nostra natura. Allargando la prospettiva, scopre che terra e cielo sono uniti da un filo “naturale” e non magico, semmai ancestrale: “Un punto di luce / lassù / corrisponde / a un punto di colore / quaggiù …se osservi bene / le orchidee sulla Murgia / e le stelle in cielo / scrivono lo stesso disegno. / Ecco perché / ogni volta / che sradichiamo un’orchidea / una stella si spegne / e si nota il vuoto / qui e lì. / E cielo e Murgia / piangono insieme.” / Infatti arriva a dire che la Murgia è dipinta da Cristo “Chèssa tièrre l-è pettote Criste / cu cheliure criote appuoste pe niue” come lui stesso è stato creato dal Padreterno così, con la sua natura “Quello, il Padre eterno / quando mi creò / disse fra sé: / questo devo farlo complicato / e mi seminò dentro / le sementi di tre genie…” e la gratitudine per tutto questo respira in ogni poesia, cantando la fatica del crescere (…costa sempre fatica / ma è storia antica, dice Francesco Guccini); la “rizze”, la tendina alla finestra (come quella che ha la luna in un’altra sua silloge) che mantiene l’intimità, senza escludere del tutto il paese con gli abitanti; il desiderio continuamente rincorso, mai raggiunto, come l’arcobaleno; la tramontana che “rinfresca l’esistenza” alleggerendo i pensieri; il belato degli agnelli; gli ulivi, tanto simili agli uomini; il tempo che, condiviso, diviene infinito.

Cosi, insegnando e imparando, Stragapede, maestro e alunno, può augurare anche a sé stesso: “nzia-mè” / è l’augurio più diretto / è la forza del dialetto”.

 

 

 

CAMBOME A LA SCERNOTE

 

Osce

le lazze

de le scarpe

me l-attacche

èie.

Crè

nan sacce

pozze avaie

besugne

du alte.

E pe-scrè

le scarpe

puotene pìure

nan servì

cchiue.

A la dì d-osce

cambome

tutte

a la scernote.

 

 

VIVIAMO ALLA GIORNATA – Oggi / le stringhe / delle scarpe / me le lego / io. / Domani / non so / potrei avere / bisogno / dell’altro. / E dopodomani / le scarpe / potrebbero pure / non servire / più. / Oggigiorno / viviamo / tutti / alla giornata.

 

 

AVETENE

 

Avetene

ind-a maiche

cchiù crestione

tutte ’nzime.

Cure, u Padr-ètièrne

quanne me cungriò

disse idde a idde:

cusse u agghia fò cumblecote

e me semenò inde

la semmiènde de trè gennèime:

chère du ’ndione de l-amièreche

cu re pènne ’ngope

chère du ziènghere

ca cambe a la scernote

e chere de chire

che aggirene u dèsièrte.

Mò so i/une

mò so traite

a u punde

ca nan sacce mangh-èie

ci so addavère.

Pèrò chisse trè crestione

ca so èie

saupe a na cause

se donne la mone:

la lebbèrtò.

 

ABITANO – Abitano dentro di me / più persone / tutte insieme. / Quello, il Padre eterno / quando mi creò / disse fra sé: / questo devo farlo complicato / e mi seminò dentro / le sementi di tre genie: / quella dell’indiano d’America / con le penne in testa / quella dello zingaro / che vive alla giornata / e quella di chi / attraversa i deserti. / Ora sono uno / ora sono tre / al punto / che non so neppure io / chi sono davvero. / Però queste tre persone / che sono io / su un punto / si danno la mano: / la libertà

 

 

A MÈZZATRÈIE

 

Ognè uomene

è na gammiètte.

Cu re radèisce

ind-a la tièrre

e la scièrmete

ind-a la cumbagne.

Cu u trunghe

mèzz-a le sulche

e r-alèive

so re d-uocchiere

de ci le vole bène.

E u cande

e re sturie du arue

tièrre e cumbagne

re spartene

a mèzzatrèie.

 

A MEZZADRIA – Ogni uomo / è un ulivo. / Con le radici / nella terra / ed i fiori / nella sua compagna. / Con il tronco / tra i solchi / e le olive / sono gli occhi / di chi gli vuole bene. / E il canto / e le storie dell’albero / terra e compagna / le dividono / a mezzadria

 

 

NU STUZZE DE ’NFENÈITE

 

Voche acchianne

de spartèie u timbe

cu ci capete

cu ci è ed è.

Pure cu nu arue.

strusciue assiule

me fosce sendì carrucchione

spartiue cu l-alte

me fosce sendì ricche

cume u more. U timbe tutte pe taiche

u siègne u arduocie

meniute secunde nudde.

U timbe

spartiute cu l-alte

u siègne u saule:

liusce calore cumbagnèie.

Cu quanta prisce

aspiètte u timbe

ca ova venèie

pe regalaue sènza suolde

a ci dich-èie!

Cambe

spartiènne cu l-alte

u calèndarie

e re staggione

e la vèite

deviènde

nu stuzze de ’nfenèite.

 

 

UN PEZZO DI INFINITO – Vado in cerca / di dividere il tempo / con chi capita / con chiunque. / Anche con un albero. / Consumarlo da solo / mi fa sentire avaro / dividerlo con gli altri / mi fa sentire ricco / come il mare. / Il tempo solo per te / lo segna l’orologio: / minuti secondi niente. / Il tempo / condiviso con gli altri / lo segna il sole: / luce calore compagnia. / Con quanta gioia / attendo il tempo / che verrà / per regalarlo senza soldi / a chi decido io. / Vivi / dividendo con gli altri / il calendario / e le stagioni / e la vita / diventa / un pezzo di infinito.

 

 

Pietro Stragapede, ’Nzià-mè, Ed. Cofine, Roma 2019

 

PIETRO STRAGAPEDE, nato a Ruvo di Puglia è stato maestro per 40 anni presso la scuola primaria “G. Bovio” di Ruvo. Attualmente, in pensione, è referente presso la stessa scuola per il dialetto. Ha composto numerose drammatizzazioni in vernacolo per bambini e un libro di filastrocche: “Felastruocche tra vinde e saule“. Ha scritto le raccolte di poesie in dialetto ruvese: Pone e alèive (Pane e olive)2009, Pone e pemedore( Pane e pomodoro) 2009, Pone e cepuodde( Pane e cipolle)2010, Pone assutte (Pane senza companatico)2011, La collane de fofe de cuzzue (La collana di fave fresche)2012, Tène u rizze la lìune (Ha un alone bianco la luna)2016, La semmona sande a Rìuve (La settimana santa a Ruvo)2017. È autore di diverse poesie di impegno sociale e civile riportate su pubblicazioni varie. Finalista nel 2018 al Premio Ischitella per la poesia dialettale e terzo classificato nel “Salva la tua lingua”.

 

 

 

Maurizio Rossi

 

 

 

 

 

Pubblicato il 15 maggio 2020