Pianeti di carne di Francesco Cagnetta

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

“Tutti i poeti hanno un volto/ e zigomi da scavare/…La poesia è il contatto/ che rafforza la carenza/ le parole sono carne…” Basta qualche verso per entrare nella poesia di Cagnetta e nella sua poetica, per la quale le parole sono carne e anime vive, perché opera di uomini concreti, compagni di viaggio nelle strade e nelle contrade di cose vive. La Poesia nomina le cose, perché il poeta ha egli stesso un nome, è fatto di carne; persino il titolo della silloge,  “Pianeti di carne” indica la condizione degli umani, ma anche la concretezza dell’universo, nel quale ci troviamo, mettendo in guardia da astrazioni fuorvianti e non necessarie. Così, le emozioni, i sentimenti, sono “palazzi interiori” colorati e abbelliti per “riempire il nero del cielo”, nero che non indica solo la notte, ma ciò che non si riesce a vedere, l’inconoscibile o il mistero. Le terre abitate sono il là più lontano, dove il destino si nasconde e trascina oltre le frontiere senza necessità di viaggiare.

E intanto si tende le braccia, “dove altre sono già tese” in un incontro che però non basta a sentirsi più sicuri: certa è, invece, questa “staffetta” tra padri e figli, nella “casa del tempo” che si crede di ingannare, non “dicendo” – quindi non concretizzando – e “subendo” il compiersi della naturale eredità, cioè il cambiamento generazionale. Inoltre il “non dire” esprime l’incomunicabilità, mentre  il messaggio e il compito che perdura è il “contare i giorni”.

Cagnetta non cade nella disperazione del tempo lanciato come freccia verso il futuro: vede, dopo ogni consunzione, il ritorno dei fiori, mentre farsi foglie “per non farci piantare”, “cambiare casa tutti i giorni” per sfuggire al vento, esprime la speranza – attesa?- di un eterno divenire nel cerchio del tempo. Il Poeta alterna, così, riflessioni filosofiche – ma non metafisiche – a “epica quotidiana”: residui di caffé che sembrano stelle, moscerini sul parabrezza che adombrano pianeti, il cibo nel frigo misto a muffe e a parole informi. Poi s’alza il canto poetico “oltre il confine del cielo” oppure s’immerge sotto il sottile strato di terra, per trovare altra terra che sostiene i passi, o sotto strati di pelle a scovare il tessuto che compone un pensiero.

Eppure, sembra sempre che si trattenga, quasi a scusarsi di aver osato tanto, o a temere troppa speranza e scrive “del mare non abbiamo niente,/ neanche la capacità/ di tappare i buchi”. Che resta dunque a uomini e donne, oltre “l’inesorabile dubbio”? Resta l’immaginazione che dà il sapore che la scienza non può dare alla materia perché non la com-prende; resta il nominare ogni cosa, che nell’alchimia poetica diviene una voce-chiamante colui che è l’intera vastità del creato e forse si farà trovare da chi lo cerca realmente; da chi vorrebbe scrivere un’altra poesia e con il suono di essa “chiudere le porte al silenzio”, ma capisce che solo “svuotando sé stesso lentamente” nei giorni, nelle azioni e nei pensieri, comprenderà il significato dell’abbondanza. Del Tutto.

 

 

Oltre il cielo che passa la terra

solo giaceva un uomo

venuto dalla guerra:

“Salvami l’anima

da questo dolce cedere

dammi un nome

per vedere se ho

ancora un volto.

Portami nel cielo più alto

dove gli uomini non toccano

in quella che chiamano umanità.

 

 

39.

Del cielo ci manca la retorica

di guardare oltre l’opaco

diradarsi delle nuvole;

della terra ci manca la costanza,

l’appoggio sicuro;

del mare non abbiamo niente,

neanche la capacità

di tappare i buchi.

Nello spazio aperto

ci sentiamo soffocare

dal precipizio vorremmo

planare prendere per mano

il vento: lui ci muove

i capelli e ci lascia solo

come eravamo.

 

 

21.

Quanta terra c’è sotto

questo sottile strato di terra

per terra, sotto i miei piedi

quante foglie sotto le soglie.

E quanto azzurro, quanto sale

dentro l’acqua del mare.

E quanto, tanto cielo

oltre il confine del cielo

quanto spazio aperto che diventa cielo.

E quanto rosso nel rosso del sangue

quante celle che si tingono

per aggiungere colore al dolore.

E quanta pelle, sotto la scorza della pelle

quanta pelle, quanti strati ci vogliono

per formare un tessuto, un pensiero compiuto.

 

 

32.

Tendi i pensieri al mare

affidali alle onde

non buttare giù l’amo

per coglierne presto il frutto

aspetta i giri della fronte

i porti e le valli da scalare

che prenda un po’ di coraggio

che salpi l’ancoraggio

fallo suonare

al momento propizio

balzerà come un pesce

sarà lui che ti viene

a cercare.

 

 

 

Francesco Cagnetta, Pianeti di carne, Transeuropa ed., Massa, 2020

 

 

Francesco Cagnetta è nato nel 1982 a Terlizzi (Ba), dove tutt’ora vive. Laureato in legge presso l’Università di Bari, ha frequentato corsi di fotografia sociale presso il Centro Sperimentale di Fotografia di Roma e di scrittura creativa, curati da Michelangelo Zizzi. Numerose sue poesie sono state pubblicate in diverse raccolte e antologie. Ha ottenuto riconoscimenti e premi. Questa è la sua prima silloge.