“Pescatori di luce” di Pierre Cippiciani

Immagini e parole che raccontano i Pescatori del lago Trasimeno

 

Lago laminare di origine tettonica – come dicono geografi e geologici –, profondo al massimo poco più di sei metri, il Trasimeno sembra quasi un cerchio disegnato dalla mano incerta di un bambino sulla carta geografica dell’Umbria: un regalo azzurro all’unica regione dell’Italia peninsulare che non si affaccia sul mare, un occhio d’acqua rubato alla terra, sopravvissuto nel tempo sia a progetti di prosciugamento per guadagnare spazi all’agricoltura sia ai naturali processi di interrimento che nel tempo tendono, se non opportunamente regolati, a ridurne la profondità, trasformando uno specchio d’acqua in palude.

Anche se a guardarlo, a prima vista, il mare degli Umbri non sembrerebbe essere proprio in cattiva salute. Anzi, oltre a costituire un’ambita meta turistica e uno spazio ideale per gli sport acquatici, vanta ancora, nonostante le infide malattie di un delicato ecosistema, una notevole produzione ittica che trova sbocco oltre i mercati locali. E ciò grazie a una vitale e consapevole comunità di pescatori che vive di un lavoro antico, fatto di gesti tramandati da padre in figlio, sempre uguali a se stessi, e che sembra essere quasi una sorta di enclave culturale e antropologica in un contesto in cui la modernità ha profondamente mutato non solo modi e ritmi produttivi, ma anche relazioni e rapporti umani cuciti, attraverso i secoli, attorno ai lavori di un’economia primaria.

A parlarci di questa comunità di pescatori, attraverso intense fotografie in bianco e nero accompagnate da un scrittura essenziale, densa e pregnante, è Pierre Cippiciani nel pregevole volume Pescatori di luce (Colle di Val d’Elsa, 2021), in cui racconta, non senza meraviglia, come nell’epoca della modernità, dominata dalle grandi accelerazioni, un Pescatore sia ancora capace di ricucire lentamente non solo le reti smagliate da pesci e canneti, ma sappia essere maestro di una vita che poggia i propri giorni in una solida serenità. E in tutto ciò si accosta ai luoghi e al lavoro dei pescatori con profondo rispetto, sempre con esiti di intensa ed essenziale bellezza, ma rifuggendo da una rappresentazione calligrafica di uomini e paesaggi, quella dai facili effetti, troppo spesso rincorsi da una fotografia patinata.

Con realismo descrittivo e, insieme, con profonda sensibilità, sa raccontarci la memoria di una comunità attraverso le rughe di un volto, il gesto antico di una mano che dalla barca lancia, con armoniose geometrie, una rete nello specchio lacustre e, magari, anche con il disordine di una rimessa in cui sono appoggiati alla rinfusa reti, attrezzi, stivali o, infine, attraverso il guscio di una barca corroso dal tempo. Ma con i suoi scatti Cippiciani sa raccontare anche altro: nel confine incerto tra acqua e terra o in un volo di uccelli o in un canneto che affonda nella melma del litorale lui sa dirci anche della fragilità di un ecosistema che vive, come gran parte del nostro pianeta, una sua subdola malattia, sa dirci della precarietà di un’acqua appesantita da sedime e batteri, a livelli tali da ridurne la trasparenza o da trasformare in sterile poltiglia di fango i suoi fragili fondali, così da rendere cieco persino il luccio, il grande predatore del lago.

E nelle sue immagini certe trasparenze o certe particolari sfocature nebbiose sanno rendere appieno la sottigliezza di un lago laminare in cui convivono, al tempo stesso, una struggente e tranquillizzante bellezza e un precario equilibrio biologico.

Cippiciani racconta i suoi Pescatori sia con la luce (se fotografia è etimologicamente ‘scrivere con la luce’) sia con l’inchiostro delle parole, in un giusto equilibrio in cui l’uno non sovrasta l’altra, ponendosi sempre in un’armoniosa, reciproca e necessaria compenetrazione. Sarebbe, infatti, riduttivo considerare i testi che si intercalano alle immagini solo mere didascalie. Si tratta di testi ricchi e diversi sul piano stilistico; a volte sono vere e proprie poesie, altre volte prose poetiche. Come non cogliere un lirico abbandono nei versi che così recitano: blande onde di luce / che andranno a spegnersi in rive di fango e come non commuoversi per i giochi di svassi in amore  tra il sedime portato dalla tramontana o per le barche che tracciano solitarie traiettorie di spuma, / dietro le quali è facile ritrovare il senso d’una rinnovata semplicità?

Altrove è la simbiotica armonia dei pescatori con ciò che li circonda – il fuori di sé – uno spazio che si carica di armonie e corrispondenze, colto dall’obiettivo attento del nostro fotografo e tradotto con efficacia in versi: ai miei occhi si fanno tutt’uno con il salto del pesce / le traiettorie imprevedibili del volo degli uccelli, / il frusciare del vento tra le canne. Alcuni testi vibrano poi di toni civili, come il canto che si scioglie, sempre con pacatezza e misura, contro le logiche del profitto, quelle di un uomo creato dall’algoritmo del moderno. In altri passi la prosa si distende in note storiche o antropologiche che con leggerezza offrono al lettore alcune essenziali coordinate per immergersi nelle diverse variabili di un contesto economico e sociale complesso e ricco di storia e umanità, in cui con lucida pacatezza si scopre, insieme alla bellezza di un gesto in un’alba sottile, l’affanno di un luogo che respira la fatica di un difficile equilibrio biologico e sociale. E poi non mancano memorie di incontri, di amicizie, di profonde intese e di vissuti, sempre carichi di umanità.

Le foto raccontano soprattutto i pescatori – poche volte indugiano soltanto sui luoghi – e non sembrano voler leggere sui volti lo sforzo o la fatica, quanto piuttosto l’intimo appagamento nel compiere gesti che hanno finito per confondersi con la propria vita.

Il lavoro dei Pescatori è in armonia con lo spazio: da tempi antichi hanno imparato a rispettarne i ritmi, a seguirne i cicli e in quello che è quasi una moneta di luce che illumina d’oro le reti e le scaglie dei pesci hanno imparato ad accettare il viaggio della vita ricco e denso di esperienze, anche se non può tingersi di epica o di avventura.

E l’obiettivo del fotografo, nonché le sue parole, colgono, vivono e trasmettono quest’armonia, raccontando, senza dimenticare complessità e problemi di un tempo globalizzante, sguardi che parlano di speranza, magari a testa bassa / ma con il cielo negli occhi.

 

 

 

“Li ho visti segnati dalle stagioni, ammaccati

eppure capaci ancora di gesti vigorosi.

Nulla a mascherare il tempo trascorso.

Vecchi, orgogliosamente, senza infingimento

a viver ciò che resta, nel solo modo che conoscono.

Così diversi da queste strane creature cittadine

vissute in un eterno presente,

indefinibili, senza più età, né memoria”

 

“E lo sguardo si è volto

a questo angolo di mondo arcaico.

Lento ed umile.

I suoi figli hanno scarsi appetiti

e nessuna frenesia li assale.

Perpetuano le strade di sempre

Incrociano gli stessi volti.

Un piccolo paese li ha cresciuti,

nel nome del padre.

All’alba solcano queste timide acque

creando blande onde di luce

che andranno a spegnersi in rive di fango.

Ogni partenza sembra una fuga da questo confine

che invece, testardo, li riporta a sé.

In un corteo di gabbiani.”

 

“Dalla gelida alba a lanciar reti.

Il sole alto ti sorprende ormai stanco,

spezzare il pane con il compagno di fatiche

in quel legno colorato

dove scorre la tua vita.

E il Lago è un tavolo di cristalli di luce.

All’acme del giorno tiepido d’inverno,

ritrovarsi fratelli.”

 

 

 

Pierre Cippiciani, nato a Perugia nel 1977, ha sempre vissuto nella frazione di Ponte Felcino, lungo le sponde dell’amato Tevere. Affascinato sin da bambino da luoghi e culture remote, sviluppa il legame con il Trasimeno dall’infanzia, frequentando, d’estate, la casa di una zia posta proprio sulla riva di Monte del Lago. Dopo la maturità classica intraprende gli studi in legge e, quindi, la professione forense. La passione per la fotografia sopraggiunge tardivamente, dal principio come strumento di documentazione dei viaggi condotti in solitario in Europa, America e Africa australe. Sospesa questa breve ed intensa stagione, matura l’esigenza di approfondire ed affinare il proprio sguardo, giungendo ad un approccio con il mezzo fotografico dal carattere sempre più umanistico. Il centro della sua attenzione diventa, così, la straordinaria vicenda umana. L’indagine e lo studio sulle relazioni, le trasformazioni e contraddizioni imposte dalla modernità, nella convinzione che anche in quelle che possono apparire piccole storie di prossimità, siano invero custoditi autentici motivi di interesse e scoperta. La fotografia, quindi, come strumento di vera conoscenza dell’altro, attraverso il quale sedimentare senso e riflessione, tenendo bene a mente che il mondo è ciò che è al di fuori di noi eppure, soltanto con il coraggio di attraversarlo e guardarlo negli occhi, avremo modo di scoprire davvero noi stessi.

 

di Ombretta Ciurnelli